• per forza di cose - a matter of things, Qui non c'è perché
    11 marzo
    ore 10:30

    Una foresta di nonne e un quartetto silenzioso

    Bandiera EN

     English version

     

    Conversazione con Yuval Avital

    Lingua: italiano

    [Su "Alma Mater"]: Diciamo che "Alma Mater" è partita come un’indagine, un’indagine su un archetipo. Il più grande archetipo di tutti è forse quello della madre. Tutto in realtà è partito con una chiacchierata in cui un’amica ha suggerito di fare un festival al femminile. Lei mi ha chiesto, che cos’è per te la femminilità. Io ho detto, la mia nonna, le mie due nonne; farò una foresta di nonne. Io già in passato ho utilizzato questa formazione che chiamo "Massive Sonic Works", opera di massa sonora, in cui l’utilizzo del suono e dell’intensità, della quantità del suono lo rende materico; che è molto diverso del concetto dell’orchestra, in cui ci sono tanti e tanti colori e prismi ma devono formare una specie di gerarchia, una piramide. Invece qua è una cosa più da… da moschea, non so, da processione!
    Dopo un po’ ho capito che non sarebbe stato possibile. Avere questa utopia di questo campo pieno di nonne, che è forse una cosa un po’ surreale, non era fattibile. Allora ho detto, allora facciamo una foresta di altoparlanti, da cui escono voci di nonne. E così il primo strato di "Alma Mater" è una foresta di centoquaranta altoparlanti da cui escono centinaia di frammenti di voci, sussurri, fiabe, canti, ninne nanne, lamenti di nonne da tutto il mondo: la nonna lombarda e la nonna yemenita, afghana, inuit, i canti femminili…

    "Samaritani" è un’opera che entra nella categoria che io chiamo "opere iconosonore", opere che creano delle iconografie e utilizzano della musica ma anche il suono e il timbro per narrare un mondo. Il popolo dei Samaritani è un popolo unico, perché innanzitutto è un popolo molto piccolo: ha poco più di 900 persone. Ma risponde a tutte le definizioni possibili di un popolo: hanno la loro storia, millenaria, hanno la loro lingua, hanno la loro religione – chiamiamola "giudaica non ebraica".
    Dal punto di vista musicale c’erano vari episodi. Nelle parti in cui cantavano loro c’era il problema di come includere elementi vocali che non seguono né un concetto di altezza né di ritmica precisa. Malgrado ciò, se qualcuno sbaglia durante la cantillazione loro lo fischiano, sono peggiori dello zoccolo duro della Scala! Quindi ho dovuto creare come delle nuvole attorno alle voci e creare un rapporto di sfondo e protagonismo, che si poteva muovere in vari modi.

    "Silent Quartet" è nato quando Stefano Pierini mi ha chiamato e mi ha chiesto una nuova opera, e mi ha suggerito di parlare di migrazioni. La mia prima reazione è stato un rifiuto totale. Sai, da israeliano, la prima cosa quando sono venuto in Italia, mi hanno chiesto: Israele, Palestina, Olocausto; Israele, Palestina, Olocausto. A me questa cosa di fare "cartoline" non è mai interessata e non mi interessa tuttora. E quindi in realtà il rifiuto era anche una paura di queste cose. Poi mi è venuto in mente che, in realtà, parlando di migrazione, anche io sono un migrante… Quindi quello che ho fatto è chiamare tutte le persone vicine a me; c’è la signora delle pulizie di casa mia, la signora delle pulizie di un’amica, c’è un mio amico argentino che è andato a vivere in Israele e poi è venuto in Italia a fare il designer; poi un’amica giapponese che è un’artista manga; una professoressa di antropologia dalla Somalia… e avendo queste persone vicine a me mi sono sentito più a mio agio. E quindi ho creato una serie di, diciamo, interviste in silenzio, in cui loro non dovevano dire niente ma rivivere esperienze significative o pensieri significativi.

     

    Yuval Avital è un compositore, artista multimediale e chitarrista israeliano; vive e lavora a Milano. Il suo lavoro spazia da eventi sonori di grandi dimensioni per un grande numero di esecutori a composizioni orchestrali e cameristiche, da "opere iconosonore" che impiegano musicisti classici combinati con strumenti multimediali e esponenti di culture e tradizioni antiche a progetti altamente tecnologici, che coinvolgono scienziati, intelligenza artificiale ed elaborazioni sonore dal vivo, installazioni sonore, video e performance, anche in collaborazione con alcuni dei più grandi artisti, performers, registi e designers del nostro tempo. Durante la nostra conversazione abbiamo parlato di "Alma Mater", recentemente presentato alla Fabbrica del Vapore di Milano in dialogo con "Terzo Paradiso" di Michelangelo Pistoletto; di "Samaritani", definita "opera iconosonora" dedicata al minuscolo popolo mediorientale; di "Silent Quartet", la "storia di un viaggio", in cui un piccolo gruppo di migranti racconta, in silenzio, il proprio percorso; e di "Fuga Perpetua", il suo prossimo progetto, dedicato al tema dei rifugiati.

     

       Conversazione con Yuval Avital
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       Conversation with Yuval Avital

     

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    Yuval Avital, Alma Mater
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    Yuval Avital, Samaritani
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    Yuval Avital, Silent Quartet
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    Yuval Avital, Alma Mater
    Yuval Avital, Samaritans
    Yuval Avital, Silent Quartet

    A forest of grandmothers and a silent quartet

    In conversation with Yuval Avital

    Language: Italian

    [On "Alma Mater"]: I’d say "Alma Mater" began as an inquiry on an archetype. The greatest archetype of all is the Mother. It all started when, talking to a friend, she suggested an all female festival. She asked what femininity meant to me. “My grandma”, I answered, “My two grandmas; I will make a forest of grandmas”. I had already used this formation that I call “Massive Sonic Works”, where the use of sound and intensity, the quantity of sound, makes it materic; which is very different from the concept of an orchestra, where you have many colours and prisms, but they need a sort of hierarchy, a pyramid. In my case it is more a sort of…a mosque, I don’t know, a procession!
    After a while I realised it would not be possible. To have this utopic field full of grandmothers, slightly surreal, could not be done. So I said, let’s make a forest of loudspeakers, with voices of grandmothers coming out. This was the first layer of “Alma mater”, a forest of one hundred and forty loudspeakers with hundreds of fragments of voices, whispers, fairy tales, songs, lullabies, laments, from grandmothers all over the world: a Lombard grandma and a Yemenite grandma, Afghan, Inuit, female songs…

    “Samaritans” is a work that belongs to a category I call “iconosonic works”, works that create iconography and use music, but also sound and timbre, to relate a world. The Samaritans are a unique people, first of all because they are very few: a little over 900. But they are a people in every respect: they have their history, their language, their religion – we can call it “Judaic, not Jewish”.
    Under a musical point of view, there were many episodes. When they were singing, the problem was how to include vocal elements that do not follow any concept of pitch or rhythm. Nevertheless, when someone made a mistake while chanting, they hissed, they were worse than the loggionisti in La Scala! So I had to create some sort of clouds around their voices, creating a background/foreground relation, that could be shifted in various ways.

    “Silent Quartet” was born when Stefano Pierini asked me for a new work, suggesting it dealt with migrations. My first reaction was a complete refusal. You know, as an Israeli, the first thing I was asked when coming to Italy was: Israel, Palestine, Holocaust; Israel, Palestine, Holocaust. I was never interested in making “postcards”, as I am not today. This is why I refused, for fear of this kind of thing. But then I realised, talking about migrations, that I too am a migrant… So what I did was to call the people that surround me; the cleaning lady, the cleaning lady of a friend, my Argentine friend who went to live in Israel and then came to Italy to be a designer; a Japanese friend who is a manga artist; an anthropology professor from Somalia… with all these people close to me I felt at ease. So I created a series of, let’s say, silent interviews, where they did not need to say anything, simply relive meaningful experiences or thoughts.

     

    Yuval Avital is a composer, multimedia artist and guitarist from Israel; he lives and works in Milan. His works range from large scale sonic events for a great number of performers to orchestra or chamber music, from “iconosonic works” using classical musicians combined with multimedia instruments and prominent figures of ancient cultures and traditions to highly technological projects involving scientists, A.I. and live electronics, sound installations, video and performance, often in collaboration with some of the greatest artists, performers, directors and designers of our time. During our conversation we discussed: “Alma Mater”, recently presented at the Fabbrica del Vapore in Milan, together with Michelangelo Pistoletto’s “Third Paradise”; then “Samaritans”, an “iconosonic work” dedicated to this small community of Middle-Eastern people; then “Silent Quartet”, the “story of a journey”, where a small group of migrants tells, silently, their own itinerary; and then “Fuga Perpetua”, his upcoming project, dedicated to the topic of refugees.

     

     

  • per forza di cose - a matter of things, Qui non c'è perché
    6 marzo
    ore 1:03

    111 biciclette e 9 Harley Davidson – ritmi d’interazione in una città perfetta

    Bandiera EN

    English version

     

    Conversazione con Jörg Köppl

    Lingua: tedesco

    Mi sono occupato a lungo di prosodia, cioè con le voci, i ritmi e le melodie delle voci. In questo contesto il concetto di interazione tra i ritmi è diventato molto importante per me, perché ho notato che un ritmo è forse un modello che noi in qualche modo conosciamo, richiamiamo alla memoria, ripetiamo… ma forse è anche qualcosa che avviene tra due interlocutori. E questo avvenire tra due interlocutori ha una propria qualità che mi interessa molto dal punto di vista musicale. Questa idea dei ritmi d’interazione nasce proprio da questo scambio interpersonale, da questa interazione tra due voci, e dal desiderio di cercare cosa succede in una città, in un ambito più grande, cosa succede oggi, cosa succede nelle macchine, cosa succede nel traffico… tornando poi alle relazioni interpersonali. Come ci si può avvicinare a ciò musicalmente? Anche perché molti altri tipi di definizione di questo fenomeno hanno perso la loro credibilità.

    E l’energia di queste Harley Davidson – Schnebel era presente, ci ha fatto molto piacere – queste macchine, come un coro, è stato come un richiamo, una sveglia; si è creata un’energia che ha molto giovato all’intera serata. La “Brise”, “brezza”, di Kagel era… era una brezza, era così leggera… ha portato molto movimento, perché molta gente ha partecipato. La piazza aveva al suo centro una fontana, che abbiamo spento, e la gente era seduta di fronte a questa fontana e poteva guardare la strada, dove per esempio passavano le Harley Davidson, o dove si trovavano i musicisti.

    Il mio pezzo “Das Zürcher Modell” è alla base dell’intero progetto, perché mi interessava lavorare con questa idea del sistema di gestione del traffico. Mi interessava vedere cosa succedeva; è un sistema intelligente, è in grado di apprendere. Il sistema analizza i nodi del traffico in diversi punti della città e dà informazioni su come i tempi e le fasi dei semafori si devono modificare. Mi interessava l’aspetto matematico, algoritmico, e la sua complessità, perché immediatamente in questo sistema viene coinvolto un grande numero di persone. Ho preso dei dati dal traffico di Zurigo, i dati dei semafori della città su un periodo di due ore, e ho cercato di creare da questi “on” e “off” una musica, di assemblare dei suoni, di “colorare” i nodi del traffico, e di sviluppare una musica da queste ritmicità, con una tastiera elettronica, percussioni, corno e saxofono tenore.

    Il prossimo concerto si chiama “Sirren” e avrà luogo nella Borsa di Zurigo. Non ho nessun contatto con quello che succede là, per me è astruso; anche dal punto di vista temporale là si lavora con frequenze che per noi sono inimmaginabili. Nelle contrattazioni ad alta frequenza vengono utilizzate differenze temporali dell’ordine dei microsecondi per comprare o vendere qualcosa. Ci sono macchine che si inseriscono in queste differenze temporali, e l’importante è che le linee non abbiano nessun delay temporale; chi si trova logisticamente più vicino alla Borsa ha un vantaggio… è anche uno spazio non regolato, non c’è chiarezza, non si sa chi guadagna; deve trattarsi di un’enorme quantità di denaro, è come un film poliziesco. Sono molto curioso di vedere come la musica si inserirà in questa situazione… è anche un esperimento.

    “Lachen” (“Ridere”)… anche qui si tratta di un processo di sincronizzazione. Se si osserva il processo della risata, si nota che sono dei colpi, “ha-ha-ha”, con una struttura ritmica; e anche in questo caso quando due persone ridono davvero insieme si adattano l’uno all’altro, addirittura si sincronizzano. Qui abbiamo un pezzo di Takasugi, che ho sentito a Darmstadt e che mi è piaciuto moltissimo; è un pezzo molto intenso, ma che tematizza anche l’aspetto sociale, la “maschera” della risata, del sorriso. C’è un pezzo di Isabelle Klaus, che prende l’umorismo… davvero sul serio! E’ una prima mondiale. E poi abbiamo “Quasimodo, the great lover” di Alvin Lucier, dove il suono viene trasformato dagli spazi.

    Il tentativo è di scoprire cosa succede qui, proprio qui, davanti al mio naso, nella nostra vita quotidiana. Possiamo capirlo in modo diverso con la musica? Abbiamo perso qualcosa, e quel qualcosa che abbiamo perso ha a che fare con l’immagine paradisiaca che Zurigo ha per molte persone all’estero; Zurigo, la Svizzera, la ricchezza, la pulizia, la libertà… tutto caratterizzato da queste immagini… ma allo stesso tempo tutte queste attribuzioni portano anche ad uno straniamento. Per un’identificazione io ho bisogno anche delle zone d’ombra. Mi interessa anche coinvolgere le diverse persone e non accettare certe barriere che invece vengono accettate: i motociclisti delle Harley Davidson, il tecnico che si occupa degli algoritmi della gestione del traffico… queste persone caratterizzano la città, ne fanno parte.

    Jörg Köppl è un sound artist e performer svizzero, formato alla celebre Hochschule der Künste di Zurigo. Ha poi studiato composizione tra l’altro con Thomas Kessler all’Elektronisches Studio di Basilea, con Edu Haubensak e con Peter Ablinger. La lunga collaborazione con Peter Zacek lo ha portato a collaborare con rinomate istituzioni e festivals, tra l’altro a Parigi, Belgrado e Londra. Si è dedicato con interesse alla radio, creando progetti sperimentali presentati in festivals come Ars Electronica a Linz e la Bienal de Sao Paulo.
    Nell’ambito del progetto di ricerca NOW ha lavorato sui processi uditivi di percezione del tempo. L’osservazione delle interazioni melodiche e ritmiche nella voce parlata lo hanno condotto ad una concezione del tempo come elemento di sincronizzazione sociale. Nella stagione 2015-2016, come direttore artistico residente dell’ensemble Tzara di Zurigo, ha concepito e realizzato la serie “TZÜRICH – ritmi d’interazione in una città perfetta”, composta da tre eventi: “Pulsen”, “Sirren” e “Lachen”; questo progetto è stato l’oggetto della nostra conversazione.

    Conversazione con Jörg Köppl
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    Conversation with Jörg Köppl
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    dal progetto “TZÜRICH” – estratti da “Pulsen”:
    Dieter Schnebel: Konzert per 9 Harley Davidson, sintetizzatore e tromba
    Mauricio Kagel: Eine Brise – flüchtige Aktion per 111 ciclisti
    Moritz Müllenbach: Pas de deux, balletto per due spazzatrici stradali
    Jörg Köppl, Das Zürcher Modell
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    project “TZÜRICH” – extracts from “Pulsen”:
    Dieter Schnebel: Konzert for 9 Harley Davidson, synthesizer and trumpet
    Mauricio Kagel: Eine Brise – flüchtige Aktion for 111 riders
    Moritz Müllenbach: Pas de deux, ballet for two road sweepers
    Jörg Köppl, Das Zürcher Modell
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    111 bicycles and 9 Harley Davidsons – interaction rhythms in a perfect city

    In conversation with Jörg Köppl

    Language: German

    I was long involved with prosody, that is with the voices, the rhythm and melodies of voices. In this context the concept of interaction between rhythms has become very important for me, as I noticed that a rhythm is maybe a model that in some way we know, that we recall to memory, that we repeat… but maybe it is also something that happens between two interlocutors. And that fact it happens between two interlocutors has its own quality that I find very interesting from a musical point of view. This idea of interaction rhythms is born exactly from this interpersonal exchange, this interaction of two voices, the will to find out what is happening in a city, in a greater environment, what happens today, what happens in cars, what happens in traffic… then getting back to interpersonal relations. How can this be approached musically? Also because many other types of definition of this phenomenon have lost their credibility.

    And the energy of these Harley Davidsons – Schnebel was present, we were very pleased – these machines, like a choir, was like a signal, a wake-up call; there was an energy that helped the whole evening. The “Brise”, Kagel’s breeze was… it was a breeze, so light… it brought a lot of bustle, because a lot of people took part. There was a fountain at the centre of the square, which we turned off, and the people were sitting in front of this fountain and could look at the street, were the Harley Davidsons were passing, or where the musicians were.

    My piece “Das Zürcher Modell” is the starting point for the whole project, because I was interested in working with this idea about the system for handling traffic. I was interested in what would happen; it is a smart system, it can learn. The system analyses the traffic hubs in various parts of the city and gives information on how the times and phases of the traffic lights must change. I was interested in the mathematical, algorithmic aspect, its complexity, because this system immediately involved a great number of people. I gathered data on the traffic in Zurich, the data from the traffic lights during two hours, and I tried to create music from these “on’s” and “off’s”, to assemble sounds, to “colour” the traffic hubs, to develop music from these rhythms, with a keyboard, percussions, a horn and a tenor sax.

    The next concert will be named “Sirren” and it will take place in the Zurich Stock exchange. I have no connection to what happens in there, I find it bizarre; from the time point of view they work with frequencies that are unimaginable. In high frequency trading they use time gaps of microseconds to buy or sell something. There are machines tapping into these time gaps, it is essential that the lines have not time delay; those who are closer to the Stock exchange have a head start… it is also an ungoverned space, there is no transparency, you don’t know who’s gaining; it must deal with huge amounts of money, it is like a thriller. I am really curious to see how the music will fit into this situation… it is also an experiment.

    “Lachen” (“To laugh”)… we have again a synchronicity process. If you analyse the laughing process you will find it is like beats, “ha-ha-ha”, with a rhythmical structure; and also in this case, when two people are really laughing together they adjust to one another, they even synchronise themselves. Here we have a piece by Takasugi, that I heard in Darmstadt and I really liked; it is very intense, but it thematises the social aspect, the “mask” of laughing, of smiling. There is a piece by Isabelle Klaus, she takes humour… really seriously! It is a world première. And hen we have “Quasimodo, the great lover”, by Alvin Lucier, where sound is transformed by spaces.

    My effort is to find out what happens here, right here, under my very nose, in our everyday life. Can we understand it differently with music? Did we lose something, and that something we lost, has it something to do with the heavenly picture the Zurich is for many people abroad; Zurich, Switzerland, wealth, tidiness, freedom… all characterised by these images… but at the same time, all these qualities carry an estrangement with them. For an identification I need a grey area. I am interested in engaging different people and not accepting certain barriers that are normally accepted: the Harley Davidson bikers, the specialist who deals with the algorithms that handle traffic… these people characterize the city, they are part of it.

    Jörg Köppl is a Swiss sound artist and performer, trained at the famous Hochschule der Künste in Zurich. He then studied composition with, among others, Thomas Kessler of the Electronic Studio in Basel, with Edu Haubensack and Peter Ablinger. His long collaboration with Peter Zacek brought him to collaborate with renowned institutions and festivals, in Paris, Belgrade and London, among others. He dedicated himself to the radio, creating experimental projects in festivals such as Ars Electronics in Linz and the Bienal de Sao Paulo.
    Within the NOW research project he worked on listening processes of time perception. The observation of melodic and rhythmic interactions in the spoken voice led him to conceive of time as an element of social synchronisation. In the 2015-2016 season, as Artistic Director of the Tzara Ensemble in Zurich, he conceived and realised the series “TZÜRICH – interaction rhythms in a perfect city”, composed of three events: “Pulsen”, “Sirren” and “Lachen”; this project was the subject of our conversation.

  • per forza di cose - a matter of things, Qui non c'è perché
    7 novembre
    ore 18:45

    Il suono collettivo

    Bandiera EN

     English version

     

    Fin da bambino sono stato istintivamente, emotivamente attratto dai suoni complessi, collettivi: le strida di uno stormo di uccelli, il pigolìo di un cesto pieno di pulcini, il grido e il canto più o meno sincronizzati di uno stadio colmo (e non ho nessun particolare interesse per lo sport!), la pioggia che batte su un tetto metallico… Come mi succede sempre con le cose che amo, non c’era nessun motivo razionale per questa mia attrazione; al contrario, è l’istintività della mia reazione a questa particolare categoria di suoni che mi ha portato, in seguito, a cercare di capire il perché di queste mie sensazioni.

    Di conseguenza è perdonabile l’ingenuità del mio entusiasmo quando, da ragazzo, nel pieno dell’ebbrezza del mio primo viaggio di studio a Parigi, ho letto in un volume acquistato in una libreria del VIème arrondissement queste parole:

    […] Per prima cosa gli eventi naturali come i colpi della grandine o della pioggia su superfici dure o ancora il canto delle cicale in un campo in piena estate. Questi eventi sonori globali sono fatti da migliaia di suoni isolati la cui moltitudine crea un evento sonoro nuovo sul piano dell’insieme. […] Tutti hanno osservato i fenomeni sonori di una grande folla di decine o centinaia di migliaia di persone durante le manifestazioni politiche. Il fiume umano scandisce uno slogan in un ritmo unanime. Poi alla testa della manifestazione viene lanciato un altro slogan, e si propaga verso la coda sostituendo il primo. In questo modo un’onda di transizione si propaga dalla testa alla coda. Il clamore riempie la città, la forza inibitrice della voce e del ritmo è al suo culmine. E’ un evento altamente potente e bello nella sua ferocia. Poi si produce lo scontro dei manifestanti con il nemico. Il ritmo perfetto dell’ultimo slogan si rompe in un ammasso di grida caotiche che, anch’esso, si propaga verso la coda. Immaginiamo inoltre il crepitìo di decine di mitragliatrici e il fischio dei proiettili che aggiungono la loro punteggiatura al disordine totale. Poi, rapidamente, la folle viene dispersa e all’inferno sonoro e visuale succede una calma lacerante, piena di disperazione, di morte e di polvere.

    Iannis Xenakis, Musiques Formelles

    In effetti tra i compositori che nel ventesimo secolo con più precisione si sono dedicati a questo aspetto ci sono proprio Iannis Xenakis e György Ligeti. Le “micropolifonie” di Ligeti sono un mezzo semplicissimo e straordinariamente efficace di organizzare e gestire un grande numero di piccoli eventi sonori, inserendoli in modo organico nel suono complessivo; Xenakis invece vi si è dedicato in modo forse ancora più intenso e specifico, con risultati musicali a volte meno immediati, ma con l’enorme merito di introdurre modi nuovi e più efficaci di pensare a questo tipo di eventi, per esempio attraverso l’uso della teoria della probabilità.
    Sicuramente questo è uno dei motivi principali per i quali il mio strumento è… l’orchestra: non esiste null’altro che possa offrire la possibilità di costruire con precisione e flessibilità nemmeno paragonabili un’organismo sonoro complesso e – appunto – collettivo.

    Un altro aspetto per me affascinante è che i suoni collettivi sono, per necessità logistica, distribuiti nello spazio. Ricordo con gioia un concerto dell’Orchestre Philharmonique de Bruxelles diretta dal visionario Michel Tabachnik, che prendendo spunto dalle indicazioni logistiche della partitura di Terretêkthor di Xenakis, aveva deciso di sparpagliare l’intera orchestra nello spazio vuoto delle Halles de Scharbeek a Bruxelles, sistemando inoltre alcune centinaia di sedie a sdraio nelle quali il pubblico poteva accomodarsi, trovandosi quindi in mezzo ai singoli strumentisti dell’orchestra. Il programma era estremamente variegato: oltre a Xenakis, c’erano alcune Canzoni e Sonate di Gabrieli, se non ricordo male nella trascrizione di Bruno Maderna, Lontano di Ligeti e l’Ouverture del Lohengrin di Wagner. Terrêtekthor veniva eseguito due volte, per permettere al pubblico di spostarsi e ascoltare il pezzo da due prospettive diverse. E’ uno dei concerti più interessanti ai quali abbia mai assistito; e la cosa per me paradossalmente più rivelatrice in quell’occasione è stata che, a mio parere, il pezzo che funzionava meglio in quel contesto era… Wagner. La sua scrittura orchestrale, estremamente omogenea e avvolgente, veniva esaltata dalla distribuzione nello spazio; al contrario, Xenakis e Ligeti risultavano in qualche modo più “frammentati”, rendendo peraltro possibile una affascinante serie di osservazioni nel momento in cui ci si spostava attraverso la sala.

    Ma questo tipo di intuizione musicale nasce ben prima di Ligeti e Xenakis. Tra i numerosi esempi disponibili vorrei scegliere Giuseppe Verdi quando già ne La Traviata, pochi istanti pima della morte di Violetta, fa suonare tutta l’orchestra, compresi ottoni, timpano e grancassa, il più piano possibile: “Questo squarcio benché a tutta orchestra dovrà eseguirsi pianissimo”. Non è per nulla una contraddizione: la tessitura, il colore di un pianissimo sono molto più densi, più intensi e più emotivamente coinvolgenti se il suono è eseguito collettivamente, mentre una riduzione dell’organico in quei punti avrebbe creato una trasparenza che, in quei casi, sarebbe stata di gran lunga meno efficace!

     

       La Brussels Philharmonic alle Halles de Schaarbeek a Bruxelles (foto: Virginie Schreyen)
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      The Brussels Philharmonic at the Halles de Schaarbeek in Brussels (photo: Virginie Schreyen)

     

    The collective sound

    Since I was a kid I instinctively, emotionally felt attracted by complex, collective sounds: the squeaking of a flock of birds, the cheeping of chicks in a basket, the more or less synchronized shouting and singing in a full stadium (and I’m not even into sports!), the rain on a metal roof…. As is usual with things I love, there was no rational cause for this attraction; on the contrary, the instinctiveness of my reaction to this kind of sounds led me to later investigate the reasons behind these feelings.

    I can therefore be forgiven my naive enthusiasm when, as a young man, in the exaltation of my first study trip to Paris, I found these words in a book bought in a bookshop in the VIème arrondissement:

    […] First of all, natural events such as the collision of hail or rain with hard surfaces, or the song of cicadas in a summer field. These sonic events are made out of thousands of isolated sounds; this multitude of sounds, seen as a totality, is a new sonic event. […] Everyone has observed the sonic phenomena of a political crowd of tens or hundreds of thousands of people. The human river shouts a slogan in a uniform rhythm. Then another slogan springs from the head of the demonstration; it spreads towards the tail replacing the first. A wave of transition thus passes from the head to the tail. The clamour fills the city, and the inhibiting force of voice and rhythm reaches a climax. It is an event of great power and beauty in its ferocity. Then the impact between the demonstrators and the enemy occurs. The perfect rhythm of the last slogan breaks up in a huge cluster of chaotic shouts, which also spreads to the tail. Imagine, in addition, the crackling of dozens of machine guns and the whistle of bullets adding their punctuations to this total disorder. The crowd is then rapidly dispersed, and after sonic and visual hell follows a detonating calm, full of despair, dust and death.

    Iannis Xenakis, Musiques Formelles

    Iannis Xenakis and György Ligeti are indeed among the 20th century composers who explored this aspect more specifically. Ligeti’s “micropolyphonies” are a very simple and extraordinarily effective means of organising a large number of small sound events, by inserting them organically in the resulting complex sound. Xenakis was, if possible, committed to an even more specific and intense investigation; his musical results were sometimes less immediate, but with the huge merit of introducing new and more effective ways of conceiving this kind of events, in particular through probability theory.
    This is certainly the reason why my main instrument is… the orchestra: nothing else can offer the opportunity to build a complex sound organism and, with unparalleled precision and flexibility, a collective one.

    Another fascinating aspect is that collective sounds are, for logistical reasons, spread out in space. I have a fond memory of a concert by the Brussels Philharmonic conducted by Michel Tabachnik who, following Xenakis’ indications in the score of Terretêkthor, decided to spread the whole orchestra in the empty space of the Halles de Scharbeek in Brussels, arranging hundreds of folding chairs for the audience, who would find themselves right next to individual orchestra musicians. It was an extremely varied programme: in addition to Xenakis there were some Canzoni e Sonate by Gabrieli, orchestrated by Maderna if I recall correctly, Ligeti’s Lontano and Wagner’s Lohengrin Ouverture. Terretêkthor was performed twice, to allow the audience to move and to listen to the piece from different sound perspectives. It was one of the most interesting concerts I ever sat through; and, paradoxically, the real revelation on that occasion was that the piece of music that worked out the best in that context was… Wagner. His orchestral writing, extremely homogeneous and enfolding, was enhanced by the spatial distribution, while Xenakis and Ligeti came out somehow as more “fragmented”, allowing nevertheless a fascinating series of observations as one moved through the hall.

    But we can find this kind of musical intuition long before Ligeti and Xenakis. Among the numerous examples I wish to single out Giuseppe Verdi in La Traviata: shortly before the death of Violetta, he has the whole orchestra, including brass, timpani and bassdrum, play as soft as possible: “This passage, although for the whole orchestra, will be performed pianissimo”. This is not a contradiction: the texture, the colour of a pianissimo are much more dense, stronger and emotionally captivating if the sound is performed collectively, while a thinning in the instrumentation would have created a transparency that, in that case, would have been way less effective!

  • per forza di cose - a matter of things, Qui non c'è perché
    30 settembre
    ore 20:44

    Il luogo dove avvengono le decisioni: l’arte e la polis

    Bandiera EN

     English version

     

    conversazione con Pietro Montani

    Lingua: italiano

    C’è la grande opportunità che si apre grazie alle nuove tecnologie per far diventare la natura già intimamente politica dell’arte, quando l’arte assolve davvero alla sua funzione, qualche cosa di più intimamente partecipativo. Naturalmente lo spettacolo, in particolare lo spettacolo teatrale, è sempre stato profondamente partecipativo; ma è tuttavia una partecipazione che si è consumata in senso fondamentalmente contemplativistico. C’è un modo di contemplare anche molto partecipato: si esce diversi dallo spettacolo a cui si ha partecipato con molta convinzione, facendo molta elaborazione personale, passionale, emotiva, eccetera. Si può uscire trasformati; ma si esce trasformati come soggetti. Più difficile è dire che quello spettacolo abbia effettivamente trasformato un pezzo di realtà. […] I partecipanti possono effettivamente introdurre qualcosa di determinante dentro l’opera, per esempio modificarla, modificarla a vari livelli, ma possono anche  costruire dei contesti di partecipazione che sono effettivamente “politici” nel senso dell’antica caratterizzazione di questa parola: il luogo dove avvengono le decisioni. Perché la “polis” non è tanto la città nel senso urbanistico moderno ma è lo spazio pubblico in cui si consumano decisioni importanti, in cui davvero la partecipazione cambia le decisioni; e così via.

    Io non finisco di stupirmi di quanto così timidi siano gli artisti… più che timidi, tradizionalisti: cioè legati a qualche cosa come la riproduzione dei vecchi problemi nelle nuove condizioni tecnologiche, piuttosto che fare apparire i nuovi problemi, una cosa che l’arte ha fatto sempre, proprio per sua natura, quella di… anticipare. 

    Pensa che cosa sarebbe possibile se a qualcuno fosse venuto in mente di fare un uso un po’ più spregiudicato dei famosi Google Glass; questo device mi sembrava e mi sembra tuttora di straordinarie opportunità. Ma non solo il device non ha avuto successo nel mercato, ma questo c’era da aspettarselo; soprattutto anche in fase sperimentale è stato utilizzato infinitamente al di sotto delle sue potenzialità. […] Quando è stato utilizzato in modo immediato, soprattutto per lavorare sui rapporti di reciprocità, pensa cosa potrebbe significare, durante uno spettacolo che avesse le sufficienti infrastrutture per accogliere questi interventi, una visione stereoscopica dello spettacolo stesso grazie al fatto che una quarantina, una cinquantina di spettatori potrebbero avere un Google Glass e intervenire, perché Google Glass non è soltanto un recettore ma qualcosa che può produrre dentro l’immagine… insomma, si tratta davvero di, come dire, liberare la fantasia ed essere più spregiudicati.  

    Pensa tu se questi spettatori si trovassero all’interno di una manifestazione politica in senso tradizionale. Uno degli esempi che faccio nel mio libro è quello delle controversissime piazze della Primavera Araba; pensa a che cosa potrebbe essere per noi, per il futuro e per gli usi che se ne sarebbero potuti fare di queste piazze, di ciò che è accaduto in queste piazze, se fossero state percorse da cento manifestanti muniti di un’apparecchiatura di quel genere, cioè di una tecnologia indossabile capace di riprendere e di introdurre riprese. Questo significa che verrebbe di colpo riqualificato il lavoro di ricostruzione del significato politico di alcuni eventi che hanno un carattere, tuttora, sommamente opaco. […] Ho in mente in particolare, un paio d’anni fa con i miei studenti abbiamo fatto un seminario su questo; uno o due film di Piazza Tahrir, quella egiziana, che abbiamo visto, ci erano sembrati particolarmente insoddisfacenti non tanto perché non fossero qualitativamente vivaci, emotivi, importanti, ma perché tu sentivi proprio che avresti avuto bisogno di una maggiore condizione stereoscopica, cioè di vedere di più, di vedere la piazza in modo più capillare e intersecato.

    [Tziga Vertov] è stato quello che ha visto più lontano di tutti. Oggi davvero siamo in grado di dirlo. È stato necessario un cinquantennio per ricominciare a prendere contatto con questo grandissimo pioniere. In una frase bellissima di cui non dimentico mai il tono sconsolato Vertov dice: “Per tutta la vita ho costruito una locomotiva, ma mi sono accorto che mi mancava la rete ferroviaria”. Capisci? La “rete” gli mancava…! È Vertov che ha anticipato. Sì, naturalmente, quello che ci siamo appena detti, sul piano di una struttura che è ancora pensata in senso fondamentalmente lineare, non come un ipertesto ma in modo lineare, Vertov l’aveva anticipata. Per esempio lui pensa a questo suo film del ’24, “Kinoglaz”, “Cine-occhio”, come ad un testo interminabile che può irradiarsi da centri di significato evidenziati dal film stesso, per esempio con le didascalie, nei modi più diversi. Lì ci troviamo di fronte a qualcosa che è interattivo – profondamente, costitutivamente – e anche autopoietico. E lì mancava, effettivamente, la rete, la famosa “rete ferroviaria” che oggi abbiamo.

     

    Pietro Montani, filosofo, ha insegnato Estetica, come professore associato, nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Urbino dal 1987 al 1992. Nel 1993 è stato chiamato, come professore associato di Estetica, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “la Sapienza” di Roma, dove attualmente insegna presso il dipartimento di Studi Filosofici ed Epistemologici. Ha compiuto diversi studi nell’ambito della teoria estetica, con particolare riguardo alle problematiche di carattere linguistico e alle implicazioni dell’uso delle nuove tecnologie in campo comunicativo ed artistico. Nella nostra conversazione siamo partiti dal suo ultimo libro, “Tecnologie della sensibilità – Estetica e immaginazione interattiva”, per discutere del ruolo intimamente “politico” dell’arte in generale e del teatro in particolare; parlando di Google Glass, della Primavera Araba e di Piazza Tahrir, per terminare con Tziga Vertov, il grande regista russo che Pietro apprezza con passione e intensità e che ha più volte trattato in diverse occasioni.

     

       Conversazione con Pietro Montani
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       Conversation with Pietro Montani

     

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    Tziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa
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    Il Cairo, Momamed Mahmoud Street (Piazza Tahrir), 20 novembre 2011
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    Tziga Vertov, Man With a Movie Camera
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    Cairo, Momamed Mahmoud Street (Tahrir Square), November 20, 2011

     

    Where decisions are made: Art and the Polis

    in conversation with Pietro Montani

    Language: Italian

    There’s this great opportunity opened by new technologies: to make the intimately political nature of art – when art really fulfills its task – something more intimately participatory. Obviously performance arts, and theatre in particular, were always participatory, but this participation was always basically a contemplative approach. There is also a kind of participatory contemplation: you are changed by a performance that you watch with great conviction, with a passionate personal, and emotional, elaboration. You can be transformed by that, as a subject. It is more difficult to state that a performance changed a part of reality. […] The participants can indeed give a crucial contribution to a work, even change it, at various levels, as well as build participatory contexts that can be termed “political” in the originary meaning of the word: the place where decisions are taken. Because the “polis” is not so much the city – in the modern, “urban” sense, but the public space where relevant issues are debated, where participation really changes the resulting decisions; and so forth.

    I never cease being amazed at how shy artists are… or rather, traditionalists: I mean tied to things like reproducing old problems in new technological contexts, rather than facing new problems, something art has always done – by its very nature – to… anticipate.

    Imagine what could be possible is somebody thought of some more open-minded use of the famous Google Glass; this device seemed, and still seems to me, an extraordinary opportunity. Alas, the device not only was not commercially successful, which could be expected; but, especially in its experimental phase, it was used way below its potential. […] When used in an immediate way, to work on reciprocal relations, think what it could mean for a performance – if it had the infrastructure to include it – to have a stereoscopic vision of the show itself, thanks to 40 or 50 people in the audience with Google Glass who could intervene, because Google Glass is not only a recipient, but something that can create within the image… in short, it is all about, so to speak, freeing your fantasy and being more open-minded.

    Imagine one of these spectators in a traditional political rally. One of the examples in my book is about those extremely controversial public places during the Arab Spring; think about what it could mean for us, for the future, and could those places have been, what happened on those places, if they were peopled by a hundred demonstrators with that kind of device, a technology capable of shooting and transmitting video. We would abruptly become able to reassess the whole political meaning of some events that have remained, even up to now, largely opaque. […]
    I am thinking in particular – a couple of years ago we did a seminary on it with my students – about one or two videos from Tahrir Square, in Egypt, which had seemed to us especially unsatisfactory, not so much because they were not qualitatively intense, emotional, important, but because you felt precisely that you needed a more stereoscopic situation, to see more, to see the square in a more detailed and intersected way.

    [Tziga Vertov] was the one who saw the furthest. We can say that today. Fifty years were necessary before we reconnect to this great pioneer. In a beautiful phrase – I never forget its desolate tone – Vertov says: “I spent my whole life building a locomotive, but only now do I realise that the rail network is missing”. Do you see? He missed the “network”…! Vertov was ahead of his time. Of course, what we just said about a structure that is still conceived in a basically linear way, not as a hypertext, but in a linear way, that he foresaw. For example, in “Kinoglaz” from 1924, “Movie-eye”, he conceived an endless text that can derive from various meaningful nodes in the movie, for example through subtitles, or in other ways. There we find something interactive – deeply and constitutively – and also autopoietic. And there, indeed, what was missing, was the network, that famous “rail network” that we have today.

     

    Pietro Montani, philosopher, taught Aesthetics, in the Faculty of Letters and Philosophy of the University of Urbino, and in the University “La Sapienza” in Rome, where he actually teaches in the department of Philosophy and Epistemology. He researched various ambits of Aesthetic Theory, in particular the linguistic issues and implications of the use of new technologies in the artistic and communicative fields. In our conversation we started from his latest book “Technologies of Sensitivity – Aesthetics and interactive imagination”, to discuss the eminently “political” role of art in general, and of theatre in particular; discussing Google Glass, the Arab Spring and Tahrir Square, to conclude with Tziga Vertov, the great Russian film director that Pietro admires passionately, and whose work he repeatedly investigated.

     

     

dicembre: 2016
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