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  • 11-03-2016

    Una foresta di nonne e un quartetto silenzioso

    Bandiera EN

     English version

     

    Conversazione con Yuval Avital

    Lingua: italiano

    [Su "Alma Mater"]: Diciamo che "Alma Mater" è partita come un’indagine, un’indagine su un archetipo. Il più grande archetipo di tutti è forse quello della madre. Tutto in realtà è partito con una chiacchierata in cui un’amica ha suggerito di fare un festival al femminile. Lei mi ha chiesto, che cos’è per te la femminilità. Io ho detto, la mia nonna, le mie due nonne; farò una foresta di nonne. Io già in passato ho utilizzato questa formazione che chiamo "Massive Sonic Works", opera di massa sonora, in cui l’utilizzo del suono e dell’intensità, della quantità del suono lo rende materico; che è molto diverso del concetto dell’orchestra, in cui ci sono tanti e tanti colori e prismi ma devono formare una specie di gerarchia, una piramide. Invece qua è una cosa più da… da moschea, non so, da processione!
    Dopo un po’ ho capito che non sarebbe stato possibile. Avere questa utopia di questo campo pieno di nonne, che è forse una cosa un po’ surreale, non era fattibile. Allora ho detto, allora facciamo una foresta di altoparlanti, da cui escono voci di nonne. E così il primo strato di "Alma Mater" è una foresta di centoquaranta altoparlanti da cui escono centinaia di frammenti di voci, sussurri, fiabe, canti, ninne nanne, lamenti di nonne da tutto il mondo: la nonna lombarda e la nonna yemenita, afghana, inuit, i canti femminili…

    "Samaritani" è un’opera che entra nella categoria che io chiamo "opere iconosonore", opere che creano delle iconografie e utilizzano della musica ma anche il suono e il timbro per narrare un mondo. Il popolo dei Samaritani è un popolo unico, perché innanzitutto è un popolo molto piccolo: ha poco più di 900 persone. Ma risponde a tutte le definizioni possibili di un popolo: hanno la loro storia, millenaria, hanno la loro lingua, hanno la loro religione – chiamiamola "giudaica non ebraica".
    Dal punto di vista musicale c’erano vari episodi. Nelle parti in cui cantavano loro c’era il problema di come includere elementi vocali che non seguono né un concetto di altezza né di ritmica precisa. Malgrado ciò, se qualcuno sbaglia durante la cantillazione loro lo fischiano, sono peggiori dello zoccolo duro della Scala! Quindi ho dovuto creare come delle nuvole attorno alle voci e creare un rapporto di sfondo e protagonismo, che si poteva muovere in vari modi.

    "Silent Quartet" è nato quando Stefano Pierini mi ha chiamato e mi ha chiesto una nuova opera, e mi ha suggerito di parlare di migrazioni. La mia prima reazione è stato un rifiuto totale. Sai, da israeliano, la prima cosa quando sono venuto in Italia, mi hanno chiesto: Israele, Palestina, Olocausto; Israele, Palestina, Olocausto. A me questa cosa di fare "cartoline" non è mai interessata e non mi interessa tuttora. E quindi in realtà il rifiuto era anche una paura di queste cose. Poi mi è venuto in mente che, in realtà, parlando di migrazione, anche io sono un migrante… Quindi quello che ho fatto è chiamare tutte le persone vicine a me; c’è la signora delle pulizie di casa mia, la signora delle pulizie di un’amica, c’è un mio amico argentino che è andato a vivere in Israele e poi è venuto in Italia a fare il designer; poi un’amica giapponese che è un’artista manga; una professoressa di antropologia dalla Somalia… e avendo queste persone vicine a me mi sono sentito più a mio agio. E quindi ho creato una serie di, diciamo, interviste in silenzio, in cui loro non dovevano dire niente ma rivivere esperienze significative o pensieri significativi.

     

    Yuval Avital è un compositore, artista multimediale e chitarrista israeliano; vive e lavora a Milano. Il suo lavoro spazia da eventi sonori di grandi dimensioni per un grande numero di esecutori a composizioni orchestrali e cameristiche, da "opere iconosonore" che impiegano musicisti classici combinati con strumenti multimediali e esponenti di culture e tradizioni antiche a progetti altamente tecnologici, che coinvolgono scienziati, intelligenza artificiale ed elaborazioni sonore dal vivo, installazioni sonore, video e performance, anche in collaborazione con alcuni dei più grandi artisti, performers, registi e designers del nostro tempo. Durante la nostra conversazione abbiamo parlato di "Alma Mater", recentemente presentato alla Fabbrica del Vapore di Milano in dialogo con "Terzo Paradiso" di Michelangelo Pistoletto; di "Samaritani", definita "opera iconosonora" dedicata al minuscolo popolo mediorientale; di "Silent Quartet", la "storia di un viaggio", in cui un piccolo gruppo di migranti racconta, in silenzio, il proprio percorso; e di "Fuga Perpetua", il suo prossimo progetto, dedicato al tema dei rifugiati.

     

       Conversazione con Yuval Avital
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       Conversation with Yuval Avital

     

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    Yuval Avital, Alma Mater
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    Yuval Avital, Samaritani
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    Yuval Avital, Silent Quartet
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    Yuval Avital, Alma Mater
    Yuval Avital, Samaritans
    Yuval Avital, Silent Quartet

    A forest of grandmothers and a silent quartet

    In conversation with Yuval Avital

    Language: Italian

    [On "Alma Mater"]: I’d say "Alma Mater" began as an inquiry on an archetype. The greatest archetype of all is the Mother. It all started when, talking to a friend, she suggested an all female festival. She asked what femininity meant to me. “My grandma”, I answered, “My two grandmas; I will make a forest of grandmas”. I had already used this formation that I call “Massive Sonic Works”, where the use of sound and intensity, the quantity of sound, makes it materic; which is very different from the concept of an orchestra, where you have many colours and prisms, but they need a sort of hierarchy, a pyramid. In my case it is more a sort of…a mosque, I don’t know, a procession!
    After a while I realised it would not be possible. To have this utopic field full of grandmothers, slightly surreal, could not be done. So I said, let’s make a forest of loudspeakers, with voices of grandmothers coming out. This was the first layer of “Alma mater”, a forest of one hundred and forty loudspeakers with hundreds of fragments of voices, whispers, fairy tales, songs, lullabies, laments, from grandmothers all over the world: a Lombard grandma and a Yemenite grandma, Afghan, Inuit, female songs…

    “Samaritans” is a work that belongs to a category I call “iconosonic works”, works that create iconography and use music, but also sound and timbre, to relate a world. The Samaritans are a unique people, first of all because they are very few: a little over 900. But they are a people in every respect: they have their history, their language, their religion – we can call it “Judaic, not Jewish”.
    Under a musical point of view, there were many episodes. When they were singing, the problem was how to include vocal elements that do not follow any concept of pitch or rhythm. Nevertheless, when someone made a mistake while chanting, they hissed, they were worse than the loggionisti in La Scala! So I had to create some sort of clouds around their voices, creating a background/foreground relation, that could be shifted in various ways.

    “Silent Quartet” was born when Stefano Pierini asked me for a new work, suggesting it dealt with migrations. My first reaction was a complete refusal. You know, as an Israeli, the first thing I was asked when coming to Italy was: Israel, Palestine, Holocaust; Israel, Palestine, Holocaust. I was never interested in making “postcards”, as I am not today. This is why I refused, for fear of this kind of thing. But then I realised, talking about migrations, that I too am a migrant… So what I did was to call the people that surround me; the cleaning lady, the cleaning lady of a friend, my Argentine friend who went to live in Israel and then came to Italy to be a designer; a Japanese friend who is a manga artist; an anthropology professor from Somalia… with all these people close to me I felt at ease. So I created a series of, let’s say, silent interviews, where they did not need to say anything, simply relive meaningful experiences or thoughts.

     

    Yuval Avital is a composer, multimedia artist and guitarist from Israel; he lives and works in Milan. His works range from large scale sonic events for a great number of performers to orchestra or chamber music, from “iconosonic works” using classical musicians combined with multimedia instruments and prominent figures of ancient cultures and traditions to highly technological projects involving scientists, A.I. and live electronics, sound installations, video and performance, often in collaboration with some of the greatest artists, performers, directors and designers of our time. During our conversation we discussed: “Alma Mater”, recently presented at the Fabbrica del Vapore in Milan, together with Michelangelo Pistoletto’s “Third Paradise”; then “Samaritans”, an “iconosonic work” dedicated to this small community of Middle-Eastern people; then “Silent Quartet”, the “story of a journey”, where a small group of migrants tells, silently, their own itinerary; and then “Fuga Perpetua”, his upcoming project, dedicated to the topic of refugees.

     

     

  • 06-03-2016

    111 biciclette e 9 Harley Davidson - ritmi d'interazione in una città perfetta

    Bandiera EN

    English version

     

    Conversazione con Jörg Köppl

    Lingua: tedesco

    Mi sono occupato a lungo di prosodia, cioè con le voci, i ritmi e le melodie delle voci. In questo contesto il concetto di interazione tra i ritmi è diventato molto importante per me, perché ho notato che un ritmo è forse un modello che noi in qualche modo conosciamo, richiamiamo alla memoria, ripetiamo… ma forse è anche qualcosa che avviene tra due interlocutori. E questo avvenire tra due interlocutori ha una propria qualità che mi interessa molto dal punto di vista musicale. Questa idea dei ritmi d’interazione nasce proprio da questo scambio interpersonale, da questa interazione tra due voci, e dal desiderio di cercare cosa succede in una città, in un ambito più grande, cosa succede oggi, cosa succede nelle macchine, cosa succede nel traffico… tornando poi alle relazioni interpersonali. Come ci si può avvicinare a ciò musicalmente? Anche perché molti altri tipi di definizione di questo fenomeno hanno perso la loro credibilità.

    E l’energia di queste Harley Davidson – Schnebel era presente, ci ha fatto molto piacere – queste macchine, come un coro, è stato come un richiamo, una sveglia; si è creata un’energia che ha molto giovato all’intera serata. La “Brise”, “brezza”, di Kagel era… era una brezza, era così leggera… ha portato molto movimento, perché molta gente ha partecipato. La piazza aveva al suo centro una fontana, che abbiamo spento, e la gente era seduta di fronte a questa fontana e poteva guardare la strada, dove per esempio passavano le Harley Davidson, o dove si trovavano i musicisti.

    Il mio pezzo “Das Zürcher Modell” è alla base dell’intero progetto, perché mi interessava lavorare con questa idea del sistema di gestione del traffico. Mi interessava vedere cosa succedeva; è un sistema intelligente, è in grado di apprendere. Il sistema analizza i nodi del traffico in diversi punti della città e dà informazioni su come i tempi e le fasi dei semafori si devono modificare. Mi interessava l’aspetto matematico, algoritmico, e la sua complessità, perché immediatamente in questo sistema viene coinvolto un grande numero di persone. Ho preso dei dati dal traffico di Zurigo, i dati dei semafori della città su un periodo di due ore, e ho cercato di creare da questi “on” e “off” una musica, di assemblare dei suoni, di “colorare” i nodi del traffico, e di sviluppare una musica da queste ritmicità, con una tastiera elettronica, percussioni, corno e saxofono tenore.

    Il prossimo concerto si chiama “Sirren” e avrà luogo nella Borsa di Zurigo. Non ho nessun contatto con quello che succede là, per me è astruso; anche dal punto di vista temporale là si lavora con frequenze che per noi sono inimmaginabili. Nelle contrattazioni ad alta frequenza vengono utilizzate differenze temporali dell’ordine dei microsecondi per comprare o vendere qualcosa. Ci sono macchine che si inseriscono in queste differenze temporali, e l’importante è che le linee non abbiano nessun delay temporale; chi si trova logisticamente più vicino alla Borsa ha un vantaggio… è anche uno spazio non regolato, non c’è chiarezza, non si sa chi guadagna; deve trattarsi di un’enorme quantità di denaro, è come un film poliziesco. Sono molto curioso di vedere come la musica si inserirà in questa situazione… è anche un esperimento.

    “Lachen” (“Ridere”)… anche qui si tratta di un processo di sincronizzazione. Se si osserva il processo della risata, si nota che sono dei colpi, “ha-ha-ha”, con una struttura ritmica; e anche in questo caso quando due persone ridono davvero insieme si adattano l’uno all’altro, addirittura si sincronizzano. Qui abbiamo un pezzo di Takasugi, che ho sentito a Darmstadt e che mi è piaciuto moltissimo; è un pezzo molto intenso, ma che tematizza anche l’aspetto sociale, la “maschera” della risata, del sorriso. C’è un pezzo di Isabelle Klaus, che prende l’umorismo… davvero sul serio! E’ una prima mondiale. E poi abbiamo “Quasimodo, the great lover” di Alvin Lucier, dove il suono viene trasformato dagli spazi.

    Il tentativo è di scoprire cosa succede qui, proprio qui, davanti al mio naso, nella nostra vita quotidiana. Possiamo capirlo in modo diverso con la musica? Abbiamo perso qualcosa, e quel qualcosa che abbiamo perso ha a che fare con l’immagine paradisiaca che Zurigo ha per molte persone all’estero; Zurigo, la Svizzera, la ricchezza, la pulizia, la libertà… tutto caratterizzato da queste immagini… ma allo stesso tempo tutte queste attribuzioni portano anche ad uno straniamento. Per un’identificazione io ho bisogno anche delle zone d’ombra. Mi interessa anche coinvolgere le diverse persone e non accettare certe barriere che invece vengono accettate: i motociclisti delle Harley Davidson, il tecnico che si occupa degli algoritmi della gestione del traffico… queste persone caratterizzano la città, ne fanno parte.

    Jörg Köppl è un sound artist e performer svizzero, formato alla celebre Hochschule der Künste di Zurigo. Ha poi studiato composizione tra l’altro con Thomas Kessler all’Elektronisches Studio di Basilea, con Edu Haubensak e con Peter Ablinger. La lunga collaborazione con Peter Zacek lo ha portato a collaborare con rinomate istituzioni e festivals, tra l’altro a Parigi, Belgrado e Londra. Si è dedicato con interesse alla radio, creando progetti sperimentali presentati in festivals come Ars Electronica a Linz e la Bienal de Sao Paulo.
    Nell’ambito del progetto di ricerca NOW ha lavorato sui processi uditivi di percezione del tempo. L’osservazione delle interazioni melodiche e ritmiche nella voce parlata lo hanno condotto ad una concezione del tempo come elemento di sincronizzazione sociale. Nella stagione 2015-2016, come direttore artistico residente dell’ensemble Tzara di Zurigo, ha concepito e realizzato la serie “TZÜRICH – ritmi d’interazione in una città perfetta”, composta da tre eventi: “Pulsen”, “Sirren” e “Lachen”; questo progetto è stato l’oggetto della nostra conversazione.

    Conversazione con Jörg Köppl
    .

    Conversation with Jörg Köppl
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    dal progetto “TZÜRICH” – estratti da “Pulsen”:
    Dieter Schnebel: Konzert per 9 Harley Davidson, sintetizzatore e tromba
    Mauricio Kagel: Eine Brise – flüchtige Aktion per 111 ciclisti
    Moritz Müllenbach: Pas de deux, balletto per due spazzatrici stradali
    Jörg Köppl, Das Zürcher Modell
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    project “TZÜRICH” – extracts from “Pulsen”:
    Dieter Schnebel: Konzert for 9 Harley Davidson, synthesizer and trumpet
    Mauricio Kagel: Eine Brise – flüchtige Aktion for 111 riders
    Moritz Müllenbach: Pas de deux, ballet for two road sweepers
    Jörg Köppl, Das Zürcher Modell
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    111 bicycles and 9 Harley Davidsons – interaction rhythms in a perfect city

    In conversation with Jörg Köppl

    Language: German

    I was long involved with prosody, that is with the voices, the rhythm and melodies of voices. In this context the concept of interaction between rhythms has become very important for me, as I noticed that a rhythm is maybe a model that in some way we know, that we recall to memory, that we repeat… but maybe it is also something that happens between two interlocutors. And that fact it happens between two interlocutors has its own quality that I find very interesting from a musical point of view. This idea of interaction rhythms is born exactly from this interpersonal exchange, this interaction of two voices, the will to find out what is happening in a city, in a greater environment, what happens today, what happens in cars, what happens in traffic… then getting back to interpersonal relations. How can this be approached musically? Also because many other types of definition of this phenomenon have lost their credibility.

    And the energy of these Harley Davidsons – Schnebel was present, we were very pleased – these machines, like a choir, was like a signal, a wake-up call; there was an energy that helped the whole evening. The “Brise”, Kagel’s breeze was… it was a breeze, so light… it brought a lot of bustle, because a lot of people took part. There was a fountain at the centre of the square, which we turned off, and the people were sitting in front of this fountain and could look at the street, were the Harley Davidsons were passing, or where the musicians were.

    My piece “Das Zürcher Modell” is the starting point for the whole project, because I was interested in working with this idea about the system for handling traffic. I was interested in what would happen; it is a smart system, it can learn. The system analyses the traffic hubs in various parts of the city and gives information on how the times and phases of the traffic lights must change. I was interested in the mathematical, algorithmic aspect, its complexity, because this system immediately involved a great number of people. I gathered data on the traffic in Zurich, the data from the traffic lights during two hours, and I tried to create music from these “on’s” and “off’s”, to assemble sounds, to “colour” the traffic hubs, to develop music from these rhythms, with a keyboard, percussions, a horn and a tenor sax.

    The next concert will be named “Sirren” and it will take place in the Zurich Stock exchange. I have no connection to what happens in there, I find it bizarre; from the time point of view they work with frequencies that are unimaginable. In high frequency trading they use time gaps of microseconds to buy or sell something. There are machines tapping into these time gaps, it is essential that the lines have not time delay; those who are closer to the Stock exchange have a head start… it is also an ungoverned space, there is no transparency, you don’t know who’s gaining; it must deal with huge amounts of money, it is like a thriller. I am really curious to see how the music will fit into this situation… it is also an experiment.

    “Lachen” (“To laugh”)… we have again a synchronicity process. If you analyse the laughing process you will find it is like beats, “ha-ha-ha”, with a rhythmical structure; and also in this case, when two people are really laughing together they adjust to one another, they even synchronise themselves. Here we have a piece by Takasugi, that I heard in Darmstadt and I really liked; it is very intense, but it thematises the social aspect, the “mask” of laughing, of smiling. There is a piece by Isabelle Klaus, she takes humour… really seriously! It is a world première. And hen we have “Quasimodo, the great lover”, by Alvin Lucier, where sound is transformed by spaces.

    My effort is to find out what happens here, right here, under my very nose, in our everyday life. Can we understand it differently with music? Did we lose something, and that something we lost, has it something to do with the heavenly picture the Zurich is for many people abroad; Zurich, Switzerland, wealth, tidiness, freedom… all characterised by these images… but at the same time, all these qualities carry an estrangement with them. For an identification I need a grey area. I am interested in engaging different people and not accepting certain barriers that are normally accepted: the Harley Davidson bikers, the specialist who deals with the algorithms that handle traffic… these people characterize the city, they are part of it.

    Jörg Köppl is a Swiss sound artist and performer, trained at the famous Hochschule der Künste in Zurich. He then studied composition with, among others, Thomas Kessler of the Electronic Studio in Basel, with Edu Haubensack and Peter Ablinger. His long collaboration with Peter Zacek brought him to collaborate with renowned institutions and festivals, in Paris, Belgrade and London, among others. He dedicated himself to the radio, creating experimental projects in festivals such as Ars Electronics in Linz and the Bienal de Sao Paulo.
    Within the NOW research project he worked on listening processes of time perception. The observation of melodic and rhythmic interactions in the spoken voice led him to conceive of time as an element of social synchronisation. In the 2015-2016 season, as Artistic Director of the Tzara Ensemble in Zurich, he conceived and realised the series “TZÜRICH – interaction rhythms in a perfect city”, composed of three events: “Pulsen”, “Sirren” and “Lachen”; this project was the subject of our conversation.

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