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    Beethoven è dappertutto

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    Conversazione con Denise Fedeli e Markus Poschner

     

    Quando Denise Fedeli, la direttrice artistica dell’Orchestra della Svizzera italiana, mi ha chiesto di contribuire a costruire un Festival dedicato a Beethoven al LAC di Lugano, l’assunto di base era quello di restituire al pubblico un Beethoven immerso nella contemporaneità, evitando qualunque tentazione di celebrazione. Un segno importante in questo senso era già che l’OSI aveva programmato moltissima musica di Beethoven nel 2019, rinunciandovi invece quasi per intero per il 2020, l’anno dell’anniversario beethoveniano, quando tutte le istituzioni musicali del mondo ne inonderanno i programmi.

    È evidente: Beethoven è dappertutto. L’inizio della Quinta Sinfonia è probabilmente il frammento musicale più conosciuto ed iconico dell’intero repertorio, in tutto il mondo ed al di là delle barriere culturali; nonostante sia stato dilaniato innumerevoli volte dalle più impensabili manipolazioni e dai più improbabili utilizzi non ha perso nulla della sua stupefacente efficacia. L’Ode alla Gioia della Nona Sinfonia è tra l’altro l’inno della Comunità Europea, e come tale è stata allegramente massacrata da Rowan Atkinson (che deve essere un genuino ammiratore di Beethoven: Mr. Bean si è cimentato anche da direttore con la Quinta Sinfonia e da pianista con le sonate “Patetica” e “Chiaro di Luna”). Dalla ormai mitologica pubblicità televisiva italiana del “brandy che crea un’atmosfera”, che è sopravvissuta ad almeno tre generazioni di telespettatori, fino al “Für Elise Chicken” dello scanzonato duo di YouTube TwoSetViolin, passando per gli infiniti arrangiamenti jazz, pop e rock, la musica di Beethoven si trova in ogni contesto e in ogni situazione, nel cinema d’autore come nelle suonerie dei telefoni e nelle compilations negli ascensori e nei supermercati. Senza naturalmente dimenticare la sua presenza nell’iconografia e nelle arti figurative, come l’immagine di Andy Warhol, che infatti abbiamo scelto come logo del Festival, e persino nei fumetti: la commovente ostinazione di Schroeder nel difendersi da Lucy nei Peanuts di Charles Schulz (“lo sapevi che Beethoven non ha mai giocato a hockey?”) è indimenticabile.

    Questa premessa è imprescindibile. Non si può eseguire Beethoven oggi senza mettersi in gioco rispetto alla ricezione della sua musica, e della sua personalità, nella comunicazione e nella medialità contemporanea. Incamminandoci su questa strada non abbiamo potuto evitare l’incontro con Mauricio Kagel; il suo straordinario progetto “Ludwig van”, con il film, l’installazione e la partitura intuitiva che ne aveva tratto, è stato la chiave di volta di questo Festival, e gli ha prestato il nome. “Ludwig van” nasceva negli anni ’70, in occasione del bicentenario della nascita, proprio come una riflessione su come già allora il personaggio Beethoven (non solo la sua musica) venisse “consumato” nei diversi contesti comunicativi. Da quegli anni moltissimo è cambiato nelle modalità di ascolto e “fruizione” della musica; ma l’intuizione di Kagel rimane fulminante.

    La musica di Kagel ha dialogato quindi con quella di Beethoven: nelle tre serate del Festival Markus Poschner ha eseguito con l’OSI cinque delle nove sinfonie, quelle di numero dispari; includendo quindi proprio la Quinta e la Nona, che il 9 giugno scorso ha coinvolto più di duecento coristi provenienti da tutta la Svizzera italiana. I frammenti di Kagel si sono intersecati con gli originali beethoveniani in un dialogo sorprendente e intrigante che cominciava già nella Hall del LAC dove, in occasione dei concerti del 7 e 8 giugno, un gruppo di studenti del Conservatorio della Svizzera italiana ha accolto gli spettatori muovendosi liberamente nello spazio eseguendo altri frammenti da “Ludwig van”, elaborati nel corso delle settimane precedenti.

    La Hall del LAC ha ospitato inoltre un’installazione audiovisiva, creata dagli studenti del CISA di Locarno. Oltre a presentare il film di Kagel nella sua interezza, compresi i contributi di Joseph Beuys e degli altri artisti che avevano collaborato con Kagel, e altri materiali come una bella intervista televisiva a Kagel di Carlo Piccardi, l’installazione ha messo in luce, in modo anche scanzonato e irriverente, le infinite e caleidoscopiche tracce che la musica e la personalità di Beethoven hanno lasciato nella cultura mediatica e popolare degli ultimi decenni, fino ad oggi. Un percorso che intendeva essere rivelatore; l’immensa popolarità che la musica di Beethoven continua a godere è dovuta anche, e forse in buona parte, alla sua presenza ed enorme efficacia proprio al di fuori delle sale da concerto: Beethoven è dappertutto.

    Conversazione con Denise Fedeli e Markus Poschner

    Conversation with Denise Fedeli and Markus Poschner
    (Courtesy LAC Lugano Arte e Cultura)

     

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    Ludwig van  nella Hall del
    LAC, Lugano
    Video CISA, Locarno
    Ludwig van  in the Hall of
    the LAC, Lugano
    Video by CISA, Locarno

        

     

     

     

     

    Beethoven is everywhere

     

    When Denise Fedeli, artistic director of the O.S.I. Orchestra della Svizzera italiana, asked for my contribution to a Beethoven Festival in the LAC in Lugano, our basic assumption was to return Beethoven to its audience as our contemporary, avoiding the temptation of mere celebration. A relevant signal in this direction was that OSI had already programmed a lot of music by Beethoven in 2019, while almost avoiding it in 2020, the anniversary year, when all other music institutions will be filled with it.

    It is undeniable: Beethoven is everywhere.

    The beginning of the Fifth Symphony is probably the best known, and the most iconic, musical fragment of the classical repertoire in the world, beyond any cultural barrier; even though mangled countless times by the most inconceivable manipulations and improbable exploitations, it did not lose any of its astonishing effectiveness. The Ode to Joy from the Ninth Symphony is incidentally the European Anthem, and as such was merrily butchered by Rowan Atkinson (who must be a veritable Beethoven fan: Mr. Bean tried his hand at conducting the Fifth Symphony, and at playing the “Pathetique” and “Moonlight” sonatas). From the legendary Italian advertisement of the brandy “that creates the vibe”, that survived three generations of viewers, to the TwoSetViolin’s “Für Elise Chicken” on YouTube, passing through countless jazz, pop and rock arrangements, Beethoven’s music can be found in any context or situation, in arthouse films as in ringtones, in elevator music compilations and in supermarkets. Without forgetting his presence in iconography and visual arts, as in his image by Andy Warhol, that we chose as the logo of our Festival, and even in cartoons: how can we forget Schroeder’s touching stubbornness in defending himself from Lucy (“did you know Beethoven never played hockey?”)?

    This is our inescapable premise. We cannot perform Beethoven without confronting the way his music, and his personality, are received, in modern communication and media. On this path, we were bound to meet Mauricio Kagel: his extraordinary “Ludwig van” project, the movie, the art installation and the intuitive score he derived from it, were the keystone of our festival, hence the name.

    “Ludwig van” dates from the 70s, to celebrate the bicentennial of his birth, precisely to reflect on how Beethoven, as a personality (not only for his music), came to fruition in various communicative contexts. Since then, a lot has changed in the way we listen to, and we “use” music, but Kagel’s insight still strikes us as revelatory.

    Kagel’s music has therefore confronted Beethoven’s: in the three evenings of our Festival Markus Poschner and the OSI performed five of the nine symphonies, the odd numbered ones; thus including the Fifth and the Ninth which, on the 9th of June, involved more than 200 choristers, from all of the italian Switzerland. Kagel’s fragments intersected the Beethoven originals forming a surprising and intriguing dialogue, beginning in the Foyer of LAC, where on the 7th and 8th of June a group of students from the Conservatorio della Svizzera italiana welcome the audience while freely moving in space while performing fragments from Ludwig van, evolved from the work of the previous weeks.

    The Foyer of the LAC was also the location for an audiovisual installation by the students of the CISA in Locarno. Besides the entire Kagel film, including the contributions by Joseph Beuys and the other artists who had collaborated with Kagel, and other materials, such as a significant interview with Kagel by Carlo Piccardi, the installation highlighted, in a light-hearted and irreverent way, the countless kaleidoscopic traces left by Beethoven’s music and personality in the media and pop culture on the past decades. This was meant to be a revelatory path; the huge popularity still enjoyed by Beethoven’s music might be due, maybe for the most part, to its presence and its strength outside the concert hall: Beethoven is everywhere.

     

     

     

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