• per forza di cose - a matter of things

    Capriccio e il bombardamento di Baghdad

    Bandiera EN

     English version

    di Andrea Molino

    Non amo “Capriccio” di Richard Strauss. I motivi sono molti, soprattutto drammaturgici; lo sguardo radicalmente volto al passato, il clavicembalo, il decadente gioco delle parti, la compiaciuta e stucchevole ironia a doppio e triplo taglio mi impediscono di apprezzare la straordinaria raffinatezza di scrittura e la consueta, sbalorditiva ricchezza di invenzione musicale. Ma ancora di più è tragicamente presente nella mia lettura dell’opera il fatto che, mentre Strauss discorreva languidamente e un po’ tristemente, per l’ennesima volta, del primato tra musica e parole, la guerra più terribile della storia dell’umanità stava lacerando il mondo, frutto di un regime cresciuto proprio in quella Monaco dove l’opera, l’ultima di Strauss, veniva rappresentata per la prima volta, al Nationaltheater, nel 1942. Bertolt Brecht, An die Nachgeborenen:

    Was sind das für Zeiten, wo
    Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist,
    Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!

    Quali tempi sono questi, quando
    discorrere di alberi è quasi un crimine,
    perché implica il silenzio su così tante indegnità!

    Probabilmente, quando oggi “Capriccio” viene messo in scena, la maggior parte del pubblico non è a conoscenza di questo – appunto – contesto, e può ricevere e apprezzare l’opera indipendentemente da esso. Forse è giusto così; è indispensabile che un’opera d’arte possa esistere in contesti diversi da quello in cui è nata. Però è proprio l’indignazione su opere come “Capriccio” e sulle prese di posizione di Strauss come uomo di potere che ha spinto un’intera generazione di musicisti a rifiutarlo come proprio predecessore e a mettere profondamente in discussione l’essenza stessa del mondo culturale tedesco e, più in generale, europeo dell’immediato anteguerra. Auschwitz aveva fondamentalmente ed irreversibilmente mutato la percezione delle cose del mondo: il “nie wieder” dei sopravvissuti. Così come dopo il 1945 sono stati messi radicalmente in discussione una serie di assiomi che avevano regolato la vita collettiva fino a quel momento (l’ubbidienza all’autorità, la responsabilità personale, la pena di morte, Hannah Arendt e la banalità del male), culminando nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, allo stesso modo non è stato più possibile servirsi degli stessi strumenti di produzione artistica.

    Ora, giustamente, tutto questo appartiene alla storia; io stesso sono nato due generazioni dopo, e, pur percependone fortemente e anche emotivamente l’influenza, non posso fare a meno che constatare una distanza, sia nella mia posizione che in quella della comunità internazionale. Per esempio comprendo ma rimpiango il fatto che, a causa del rabbrividente ricordo dei raduni di massa fascisti e nazisti, il mondo culturale europeo ha evitato per decenni di misurarsi con forme di rappresentazione collettive e di grandi dimensioni: ora però è tornato il momento di riappropriarsi di questo tipo di evento. D’altra parte l’affievolirsi della memoria collettiva e il fatto che l’eredità di quell’esperienza non è stata completamente condivisa dall’intera comunità occidentale ha creato un ricorso storico che ha tragicamente permesso ad alcuni di quegli eventi di ripresentarsi. Nel 2003 mentre preparavo “WINNERS” e incontravo i sopravvissuti del bombardamento di Dresda erano appena cadute le prime bombe su Baghdad; ricordo ancora la profonda tristezza con la quale quelle persone mi confidavano la loro frustrazione nel constatare che, arrivate alla fine della loro vita, l’unico appiglio che aveva permesso loro di sopportare la memoria e di dare un senso all’esperienza – il “nie wieder” appunto – veniva distrutto dagli eventi di quei giorni.

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    Renée Fleming nel finale di „Capriccio“
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    Il bombardamento di Baghdad, 21 marzo 2003
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    Capriccio-play Baghdad-play
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    Renée Fleming, final scene „Capriccio“
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    Baghdad bombing, March 21, 2003

     

    Capriccio and the bombing of Baghdad

    by Andrea Molino

    I am not very fond of “Capriccio” by Richard Strauss. For many reasons, especially its dramaturgy; its gaze radically fixed on the past, its harpsichord, its decadent role play, the smug and mawkish irony with double and triple entendres, all prevent me from appreciating the extraordinarily refined writing and the usual, amazingly rich, musical invention. Even more than that, what is tragically unavoidable in my reading of this work is the fact that, while Strauss languidly and somewhat sadly conversed about the primacy of music over words for umpteenth time, the most terrible war in the history of mankind was tearing the world asunder, caused by a regime raised in that same city of Munich where the opera, Strauss’ last, was being premiered in the Nationaltheater, in 1942. Bertolt Brecht, An die Nachgeborenen:

    Was sind das für Zeiten, wo
    Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist,
    Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!

    What an age this is,
    To speak of trees is almost a crime,
    Because it imples silence on so many atrocities!

    Arguably, when “Capriccio” is staged today, most of the audience is not aware of this – there you have it – context, and is therefore able to appreciate the work irrespective of it. Maybe rightly so; a work of art should necessarily be able to exist in contexts that are different from its original one. Nevertheless, it is that very indignation for works like “Capriccio”, and the stance on Strauss as a man of power that pushed a whole generation of musicians to reject his heritage and to question the deep essence of German culture and of the whole prewar European cultural life.

    Auschwitz had shaken the foundations and irrevocably changed the perception of the world: the survivors’ nie wieder, “never again”. Just as, after 1945, all axioms that had regulated collective life were called into question  (obedience to authority, personal responsibility, the death penalty, Hannah Arendt and the banality of Evil), culminating in the Universal Declaration of Human Rights, in the same way, it was not possible to use the “old” methods in artistic production.

    Nowadays this is all history; I myself was born two generations after those events and, even though I still feel very strongly their emotional influence, I cannot help noticing the distance, both in my position and in that of the international community. For example I understand, even though I regret it, that European culture has, for decades now, avoided to confront collective large scale shows, because of the chilling memory of fascist and Nazi mass gatherings: but the time has come now to recover this type of event. Under a different point of view, the fading collective memory and the fact that that legacy of that experience was not thoroughly partaken by the whole western world, have created a tragic case of history repeating. In 2003, as I was meeting the survivors of the Dresden bombing for the preparation of “WINNERS”, the first bombs were launched on Baghdad. I can clearly remember the deep sadness shown by those people, who confided their frustration as they acknowledged how, at the end of their lives, the only stronghold that had allowed them to endure such memories and to give some sense to that experience – that very nie wieder – was being destroyed by the unfolding events.

    2 commenti

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    2 Commenti

    • Maria CM
      16 Dicembre 2014 - 10:14

      Il “Capriccio” di Strauss fa ritornare al contesto in cui è nato che pare molto vicino a ciò che sta succedendo ora, una ricerca di plagio planetario che, oltre a tutto, ponendo accanto alle folle l’universo di internet, cerca di associare con l’angoscia e la paura.
      Se però si va a vedere nel tempo, le folle si sono sempre riunite per motivi molto gravi o forzate da un assolutismo ideologico e quando c’entrava la libertà è stata solo un attimo liberatorio, subito sostituito da altro o forse anche in esso con spirito di vendetta. Sembra ora che pure le ultime piazze che parevano alla ricerca di riscatto e avevano dato speranze, non avessero reali ideali.
      Il problema è sempre uno, quale ideale che non sia il potere, il cercare di appannare le proprie debolezze con una sorta di dominio sugli altri per annientarli, possa esaltare davvero gli uomini.
      Forse bisogna ricominciare dal piccolo e dall’arte, dalla creatività che è di tutti e che, se resa cosciente, è la sola che possa allontanare le paure.

      • Alberto Cantoni
        17 Dicembre 2014 - 18:50

        Noi siamo forse in un momento di furore e dobbiamo ritornare tutti al nuovo umanesimo, ma non dobbiamo dimenticare che una vera ripresa non potrá mai essere vera perchè siamo semplicemente “umani” e non persone.

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