• per forza di cose - a matter of things

    I Pet Shop Boys, la corazzata Potemkin e un palazzo nella Prager Strasse

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    Conversazione con Markus Rindt

    Lingua: tedesco

    …e abbiamo utilizzato tutto il palazzo. Immaginatevi: sulla facciata del palazzo c’era un enorme schermo di proiezione, e attorno allo schermo c’era l’orchestra, qui i violini, qui le viole, qui i violoncelli e qui i contrabbassi; tutto intorno. E ancora più in alto, sopra l’orchestra, appena sotto il tetto, in due balconi, in un balcone c’erano i Pet Shop Boys e nell’altro balcone c’era la tromba solista. Il tutto doveva naturalmente anche essere diretto, e c’era una piattaforma sostenuta da una gru con un braccio retrattile, ad un’altezza di 35 metri, e su quella piattaforma il direttore Jonathan Stockhammer doveva dirigere. Immaginatevi la sera del concerto, l’illuminazione, la proiezione del film, il grattacielo era illuminato in modo da sembrare un’enorme nave; e 30.000 persone là sotto a guardare… per il pubblico deve essere stata un’esperienza straordinaria.   

    E’ tipico per noi il fatto che cerchiamo sempre di realizzare progetti interculturali, o progetti di interesse politico, o di interesse tecnologico, multimediale; e già tempo prima avevamo avuto l’idea di filmare il direttore d’orchestra con una camera nascosta. Avevamo fatto molte ipotesi diverse, per esempio la metropolitana di Berlino, che il direttore si trovi là e diriga, ma che non si veda che viene ripreso; che la gente gli passi accanto ma non gli presti attenzione; che venga fatta una ripresa tale da poter essere utilizzata dal vivo per l’orchestra che si trova a Dresda, ma senza che la gente se ne accorga. Poi abbiamo pensato, portiamolo ancora più lontano, su un’isola, per esempio a Londra. Alla fine abbiamo deciso di piazzarlo in mezzo ad altri musicisti da strada, nella South Bank, sulla riva del Tamigi!   

    [Invece nel progetto “Telecomando”] non è il direttore d’orchestra ad essere altrove; il direttore è nella sala da concerto, circondato da schermi televisivi piazzati esattamente nelle stesse posizioni dove normalmente siederebbero i musicisti: davanti i primi e secondi violini, le viole, i celli, i bassi; dietro i legni, gli ottoni e le percussioni, ma ogni singolo musicista appare in uno schermo, collegato con la sala da un filo immaginario, ma in realtà è a casa sua. In origine, proprio all’inizio, avevo addirittura l’idea che fosse un’orchestra di ologrammi, che in ciascuna posizione il musicista venisse proiettato in modo da comparire in forma di ologramma. Sarebbe stato interessante lavorare su una situazione del genere dal punto di vista videotecnico. Ma è ancora impossibile. E’ possibile lavorare con ologrammi, ma è finanziariamente estremamente dispendioso, e ologrammi in movimento non sono ancora veramente possibili.

    Markus Rindt è il fondatore e direttore generale e artistico dei Dresdner Sinfoniker, un’orchestra creata circa quindici anni fa a Dresda che esegue esclusivamente musica del XX e XXI secolo. In questa conversazione parla di tre progetti tipici della drammaturgia dell’orchestra: la cosiddetta “Hochhaussymphonie”, ossia la “Sinfonia del Grattacielo”, dove i Pet Shop Boys e i Dresdner Sinfoniker hanno eseguito una nuova colonna sonora de “La corazzata Potemkin” con l’orchestra sparsa tra i balconi di un grattacielo della Prager Strasse, disposta attorno ad un enorme schermo sul quale veniva proiettato il film di Eisenstein; il “Ferndirigat”, ossia la “Direzione a distanza”, con Michael Helmrath che, dalla South Bank di Londra, dirigeva dal vivo l’orchestra che si trovava nel Kulturpalast di Dresda; e il progetto “Telecomando”, ancora in via di sviluppo, che, al contrario, prevede che il direttore d’orchestra si trovi solo nella sala da concerto, circondato da schermi dai quali ognuno dei componenti dell’orchestra, da casa propria, suona in diretta la propria parte.

        Conversazione con Markus Rindt – Dresdner Sinfoniker
    .

    Markus-Rindt-play

        Conversation with Markus Rindt – Dresdner Sinfoniker
    .
    Pet Shop Boys/Dresdner Sinfoniker
    La corazzata Potemkin
    .
    .
    Dresdner Sinfoniker – direzione a distanza
    Pet Shop Boys play Dresdner Sinfoniker play
    .
    Pet Shop Boys/Dresdner Sinfoniker
    Battleship Potemkin
    .
    Dresdner Sinfoniker – remote conducting

     

    The Pet Shop Boys, the battleship Potemkin and a building in the Prager Strasse 

    In conversation with Markus Rindt

    Language: German

    …and we used the whole building. Imagine that: there was a huge projection screen on the façade of the building, with an orchestra around the screen, the violins here, the cellos and basses there; all around it. Higher up, above the orchestra, right under the roof, were the Pet Shop Boys in a terrace and the solo trumpet in the terrace right next to them. And of course, the whole thing had to be conducted: there was a platform held up by a crane with a retractable arm, where the conductor Jonathan Stockhammer was to conduct. Imagine the night of the show, the lights, the projected film, the skyscraper was lighted so as to make it look like a huge ship; and 30.000 people were watching from the square below…it must have been an amazing experience for the audience.

    One of our main features is that we always strive to realise intercultural projects, projects that have a political relevance, or a technological and multimedia aspect; long before that we’d had the idea to film the conductor with a hidden camera. We had a number of possibilities, in the Berlin Underground for example, where the conductor would be filmed conducting, without showing the camera; in this way people would pass by him without giving any special attention; so that a shot would be made and then used live with the orchestra in Dresden, without people noticing. Then we thought, let’s take him further away, on an island, in London. In the end we placed him among other street musicians on the South Bank, on the Thames!

     [In the “Telecomando” project instead] the conductor is not the one who gets displaced; the conductor is in the concert hall, surrounded by TV screens that are right where the performers would sit: first and second violins in front, the violas, cellos and basses; then the woodwinds, brass and percussions, but every musician only appears on the screen, connected through an imaginary wire, while he or she is actually at home. Originally, right at the beginning, I even thought of an orchestra of holograms, so that each musician would be a hologram projected on his/her seat. It would have been interesting to work on this kind of situation under the video-technical point of view. But this is not yet possible. It is possible to work with holograms, but it is extremely expensive, and moving holograms are not yet really possible.

    Markus Rindt is the founder, general manager and artistic director of the Dresdner Sinfoniker, an orchestra that was created 15 years ago in Dresden, exclusively devoted to the music of the XX and XXI century. In our conversation he talks about three projects that are typical of the dramaturgy of this orchestra: the so-called “Hochhaussymphonie”, which means the “Symphony of the Skyscraper”, where the Pet Shop Boys with the Dresdner Sinfoniker performed a new soundtrack to the “Battleship Potemkin” with the orchestra scattered on the terraces and balconies of a skyscraper on the Prager Strasse in Dresden, around a huge screen where Eisenstein’s film was projected; the “Ferndirigat”, which means “remote conducting”, with Michael Helmrath in London’s South Bank conducting the orchestra in the Dresden Kulturpalast; and the “Telecomando” (“Remote Control”) project, still being developed, where, in reverse, the conductor is alone in the concert hall while each member of the orchestra plays his/her part live while at home.
     

     

    4 commenti

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    4 Commenti

    • Giovanni Perale
      15 Novembre 2014 - 10:32

      La replica al mio precedente commento mi lascia interdetto. Credo che sia importante tener conto delle differenze. Una cosa è infatti inserire in un’opera uno o più contributi aventi senso compiuto e significativi, prelevati a distanza e da lontano eseguiti, come mi risulta sia stato fatto in CREDO. Un’altra è ipotizzare che un’opera composta per essere eseguita dall’orchestra nel suo insieme venga artificiosamente smembrata nei contributi dei singoli esecutori allo scopo di conferire originalità all’esecuzione (non vedo alcun altro valore aggiunto), come proposto in TELECOMANDO.
      Nel primo caso la distanza ha un senso ed è giusto che venga valorizzata, nel secondo è un banale pretesto per introdurre nell’esecuzione elementi di originalità che poco hanno a che fare con l’interpretazione, mentre lascano trapelare un certo esibizionismo.
      Bisogna in sostanza distinguere tra inclusione di contributi significativi, per quanto fisicamente lontani, e manipolazione, tutto sommato arbitraria e goffa, delle intenzioni dell’autore espresse dalla partitura.
      Porre queste due situazioni sullo stesso piano non è serio né conveniente e porta alla svalutazione di una precedente esperienza, innovativa e di successo.

      • amolino
        21 Gennaio 2015 - 15:22

        Non sono d’accordo. L’idea alla base di TELECOMANDO, come anche di altri progetti che lavorano con la dislocazione degli esecutori in luoghi diversi, non ha nulla a che fare con il desiderio di originalità a tutti i costi, ma vuole esplorare modalità di spettacolo diverse e più ampie da quelle che conosciamo. I mezzi di comunicazione che usiamo ormai quotidianamente ci pongono di fronte a modi di interazione (e quindi di ascolto, di visione, eccetera) che prima semplicemente non erano possibili, e mettono alla luce conseguenze sempre interessanti, a volte deludenti ma a volte entusiasmanti nelle modalità di comunicazione interpersonale. E’ certamente necessario esplorare queste conseguenze, e una serie di segnali culturali, storici, politici e sociologici indicano a mio avviso che questa sia una strada di enorme interesse e di inaspettate potenzialità per l’arte performativa.

    • Giovanni Perale
      13 Novembre 2014 - 10:21

      Se posso capire il senso dei progetti drammaturgici della “Hochhaussymphonie” quale espressione di spettacolarità (peraltro un po’ stravagante) e del “Ferndirigat (che peraltro ha un valore sostanzialmente tecnologico), non mi è proprio possibile entrare in sintonia con il progetto “Telecomando”, nel quale si prevede che il direttore d’orchestra si trovi solo nella sala da concerto, circondato da schermi dai quali ognuno dei componenti dell’orchestra, da casa propria, suona in diretta la propria parte. L’idea che schermi televisivi o ologrammi sostituiscano o rappresentino i componenti dell’orchestra mi sembra ingiustificata. Il desiderio di essere originali potrebbe essere in questo caso ben più devastante di quanto non accada già nelle arti figurative, perché in queste la partita si gioca sostanzialmente tra l’autore e lo spettatore, mentre nell’esecuzione musicale entrano in gioco sia l’atmosfera emotiva e la coralità dell’orchestra, sia la comunicazione tra autore, esecutore e spettatori.

      • amolino
        14 Novembre 2014 - 13:11

        E’ probablmente comprensibile che “Ferndirigat” e “Telecomando” possano sembrare a prima vista progetti decorativi ed essenzialmente centrati sull’uso delle tecnologie. Lo stesso Markus Rindt definiva il “Ferndirigat” una gag, anche considerando la scelta del brano (l’Ouverture di “Star Wars” di Williams) e la collocazione in un concerto che in sostanza era una festa per il decennale della fondazione dell’orchestra. Inoltre è ironico, e anche paradossale, che nella sensibilità degli amici di Dresda proprio la figura del direttore d’orchestra venga messa al centro di questo tipo di sperimentazione; dopo tutto, il direttore d’orchestra è un ruolo legato molto strettamente alla logistica e alla praticità di un’orchestra tradizionale. Markus Rindt ha suonato per anni il corno in orchestra, e la sua curiosità e il suo desiderio di esporre il direttore a queste acrobazie viene sicuramente anche da riflessioni causate dalla sua esperienza professionale e artistica.
        Però entrambi i progetti, sotto la patina di “eventi”, mettono l’accento su un punto che secondo me è fondamentale in una drammaturgia musicale volta verso il futuro: l’elaborazione dei luoghi e della distanza come parametri musicali e teatrali. Ne parlavo nel contributo dedicato alle diverse modalità di esecuzione, per esempio, della 9. Sinfonia di Beethoven. Non si tratta soltanto di un uso decorativo della tecnologia, che di per sé stesso considero deleterio; si tratta invece di verificare che attraverso la distanza è possibile inserire nel discorso teatrale elementi particolarmente affascinanti e artisticamente rilevanti. Nel mio progetto CREDO, di circa dieci anni fa, avevo selezionato musicisti provenienti dalle tre città che comparivano nello spettacolo: Gerusalemme, Istanbul e Belfast (il tema erano i conflitti etnici e religiosi). Dopo averli invitati in Italia ed avere elaborato con loro il loro intervento nello spettacolo, avevo chiesto loro non di suonare nella stessa sala dove di fatto lo spettacolo aveva luogo e si trovava l’orchestra, ma da “casa loro”, dalle tre città, collegate in diretta via satellite con il Teatro. Musicalmente il loro intervento non era differente, ma proprio la distanza si imponeva con grande forza come un elemento narrativo in quel contesto: infatti il tema del progetto erano i conflitti etnici e religiosi. Tra l’altro, dovendo ripetere oggi quello spettacolo, non userei più il collegamento satellitare ma esplorerei i mezzi audiovisivi oggi disponibili attraverso internet.

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