• per forza di cose - a matter of things

    Lawrence d’Arabia e un nuovo Flauto Magico

    Bandiera EN

     English version

     

    Conversazione con Luigi De Angelis (Fanny&Alexander)

    Lingua: italiano

    Per noi la drammaturgia è una specie di contratto che si crea tra lo spettatore, l’uditore, e l’opera che noi andiamo a presentare. In questo “contratto” la prima domanda che noi ci poniamo sempre è in quale luogo noi siamo. E’ quasi un’ossessione.

    T.E.L., che è l’acronimo di Thomas Edward Lawrence [Lawrence d’Arabia], era un dialogo a distanza, un dialogo utopico, quasi impossibile, tra un’attrice e un attore che si trovavano in due città differenti. Per noi questo significava porre l’accento sulla questione della comunità: è possibile che due comunità a distanza facciano un dialogo impossibile tramite un’opera?

    Io amo molto le contraddizioni, l’ambiguità, la complessità; che è una parola che viene così tanto aborrita quando in realtà la vita è complessa, noi siamo complessi.

    [Per il Flauto Magico] ci siamo ricordati di Fanny & Alexander, il film di Bergman, che si apre con una sequenza meravigliosa dove c’è un teatrino, che era quello con cui giocava anche Bergman da bambino, e dietro viene alzato un piccolo sipario, lasciando comparire lo sguardo del bambino. Quello che vogliamo fare è un Flauto Magico visto da Fanny e Alexander, proprio da loro due, da quei due bambini. Presenteremo nell’ouverture del Flauto Magico questi due bambini che giocano con il loro teatrino, e quel teatrino è il teatro dell’opera, e loro giocano a mettere in scena il Flauto Magico di Mozart. Nel momento in cui si aprirà il sipario per l’opera vera e propria i bambini potranno intervenire dall’esterno sul loro giocattolo, che in quel momento sarà diventato tutto il Teatro Comunale di Bologna, utilizzando la tecnica del 3D dell’anaglifo; gli spettatori avranno gli occhiali.

    Luigi De Angelis è regista e co-fondatore, insieme a Chiara Lagani, di Fanny&Alexander, la compagnia teatrale nata a Ravenna nel 1992 che si è affermata sulla scena teatrale italiana come gruppo di ricerca; nel tempo, la loro sede Ardis Hall è diventata una vera e propria bottega d’ Arte, producendo e promuovendo spettacoli teatrali, produzioni video e cinematografiche, installazioni, azioni performative, mostre fotografiche, convegni e seminari di studi, festival e rassegne. Nel corso della conversazione abbiamo parlato dei progetti T.E.L., un “dispositivo per comunicazioni utopiche” che presenta due attori collegati in diretta da due città differenti, Buco Bianco, un ritratto acustico della città di Ravenna, e del Flauto Magico di Mozart che nel 2015 presenteranno della stagione d’opera del Teatro Comunale di Bologna.

       Conversazione con Luigi De Angelis
    .

    Luigi-de-Angelis-play

       Conversation with Luigi De Angelis
    .
    da “Fanny & Alexander” di Ingmar Bergman
    .
    bozzetto per “Il Flauto Magico”
    .
    Helicopters-play FlautoMagico-play
    .
    from “Fanny & Alexander” by Ingmar Bergman
    .
    stage sketch for “The Magic Flute”

     

    Lawrence of Arabia and a new Magic Flute

    In conversation with Luigi De Angelis (Fanny&Alexander)

    Language: Italian

    For us dramaturgy is a sort of contract between the viewer, or the listener, and the work we are presenting. In this “contract”, the first problem we face is “where are we”. It is almost an obsession.

    T.E.L., the acronym of Thomas Edward Lawrence [Lawrence of Arabia], was a “remote” dialogue, an utopian one, almost impossible, between an actress and an actor who were in two different cities. This meant accentuating the “community” issue: is it possible for two remote communities to perform an impossible dialogue through a play?

    I love contradictions very much, the ambiguity, the complexity; a word that is much execrated, while life itself is so complex, and we are complex.

    [For the Magic Flute] we thought of Fanny & Alexander, Bergman’s film, which begins with a marvelous sequence where we see a small theatre, the one with which Bergman himself used to play as a kid, and a small curtain is raised behind it, showing us the child watching. What we want to do is a Magic Flute as seen by Fanny & Alexander themselves, precisely those two kids. In the Ouverture we will present the two kids as they play with their theatre, and that theatre is the opera house, and their play is the staging of Mozart’s The Magic Flute. When the curtain rises for the opera, the kids will be able to act on their toy theatre, which will by then be the whole Teatro Comunale in Bologna, using the anaglyph 3D technique; the audience will wear glasses.

    Luigi De Angelis is a theatre director, co-founder, with Chiara Lagani, of Fanny&Alexander, a theater company born in Ravenna in 1992, which made a name for itself as a research group; their seat in Ardis Hall has become an artistic workshop, for the production and promotion of theatre shows, video and movie productions, installations, performance art, photography exhibitions, conventions, study seminars and festivals. During our conversation we talked about T.E.L., a “device for utopian communications”, featuring two actors connected live from two different cities, about White Hole, an audio portrait of the city of Ravenna, and about Mozart’s The Magic Flute that they will present in the 2015 opera season of the Teatro Comunale in Bologna.

    2 commenti

  • Scrivi un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Nota: La moderazione dei commenti è attiva. Questo potrebbe ritardare la pubblicazione del commento.
    *
    *

    2 Commenti

    • Maria CM
      16 Dicembre 2014 - 10:18

      Stavo ponendo un parere (sempre per quello che possa valere) a proposito del progetto di Luigi De Angelis per il Flauto Magico. Poi non ne ho avuto il tempo. Sarei dovuta uscire per andare a teatro. Sarei andata ad assistere ad una pièce tratta dalle Troiane di Euripide, in cui Ecuba, Cassandra, Andromeda ed Elena, dopo la caduta di Troia destinate ad essere possedute da “eroi” che avevano ucciso o “profanato” i loro uomini o la loro città, esprimono tutto il loro essere donne, ma non perdenti, condividendo o contrapponendo le loro emozioni.
      Le luci della sala si sono annullate dopo l’entrata in scena, scarna, ma molto efficace, di una sconcertata Ecuba. Prima che le luci si abbassassero ho notato la contrapposizione tra la sala con le file ordinate di poltrone anonime come le persone che vi sedevano sopra e quell’ambiente assolutamente alieno dal resto, ma attrattivo. Solo da lì sarebbe nato il filo che avrebbe dovuto far camminare lo spettatore in una nuova e intensa vicenda emozionale. Ma era come se non ci fosse nessun legame tra gli spettatori e forse un legame molto provvisorio ed estemporaneo tra lo spettatore e la realtà in scena.
      In un momento storico così complesso la partecipazione ad uno spettacolo, qualunque esso sia, persiste ad essere solo un evento che la società occidentale, conflittuale anche nei momenti minuti della quotidianità, rinnova con caparbia insulsa ritualità, tanto non implica nessuno sforzo sociale. Mi parrebbe invece che proprio la condivisione cosciente ed esplicita di un gruppo di persone di un pezzetto di “realtà” volutamente creata come esperienza di creatività, quindi di espressione della potenzialità umana, potrebbe essere il seme di una nuova società.
      De Angelis potrebbe, con il suo progetto, costringere davvero “il teatro” a partecipare e quindi ad interrogarsi, vicendevolmente nelle singolarità che lo realizzano, intorno ad una “novità” importante non come tale (spero), ma perché inserisce degli “spettatori” di cui “gli spettatori” debbano tener conto come disturbanti o coinvolgenti, inaspettati, ma determinanti come portatori di nuova vitalità.
      Ciò che mi lascia invece perplessa è il 3D. E’ vero che l’occhio fotografa, ma nella vicinanza permette di estrapolare la consistenza della visione, soprattutto nella dinamicità. Il porsi degli occhiali che già incatenano (!) per esaltare il rapporto diretto con l’azione più minuta, mi pare che accentui l’individualità della percezione che diviene molto forte proprio perché pare destinata in modo privilegiato a me. Mi pare che gli altri spettatori divengano intorno a me degli alieni piuttosto che compagni di avventura e non so quanto la musica si insinui davvero con la stessa forza in una percezione così accentuata.

      • Luigi De Angelis
        7 Gennaio 2015 - 22:49

        Gentile Maria CM,

        la ringrazio per il suo post.

        Vorrei solo dirle che il gesto di mettersi gli occhiali 3D sarà totalmente libero, con la possibilità di mettere e togliere gli occhiali a piacimento del pubblico. Non si tratta di occhiali inchiavardati alla testa come nella fiaba del Mago di Oz, quando si entra nella città di Smeraldo, dove tutto deve apparire bello e di smeraldo, per l’appunto. Gli occhiali 3D permetteranno agli spettatori di essere dei testimoni attivi, di compiere un gesto volontario e avranno la funzione, come i vecchi binocoli da teatro di una volta, di permettere di entrare in contatto ravvicinato con la vicenda. Il 3D parla a uno alla volta, è vero. E’ un gioco prospettico, illusorio e vogliono esaltare l’idea, tutta infantile, del volere toccare la visione con mano. Ma il teatro è un luogo illusorio, e tutto le forme di teatro partecipativo sono sempre una forma di persuasione gentile occulta, sempre in teatro avviene un’azione sottile di condizionamento, quello che si potrebbe chiamare paternalismo libertario: ti faccio credere di stare scegliendo di partecipare… Spero lei potrà venire ad assistere all’opera a Bologna, per provare a giocare con noi.

giugno: 2020
L M M G V S D
« Lug    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930  

Logo coproduttori

© RAI 2013 - tutti i diritti riservati. P.Iva 06382641006 Engineered by RaiNet