• per forza di cose - a matter of things

    Per forza di cose – conversazioni per un altro teatro

    Bandiera EN

     English version

     

    di Andrea Molino

    Alcuni mesi fa, in uno dei momenti più intensi della composizione di “- qui non c’è perché -”, mi sono imbattuto quasi per caso in un modo di dire, piuttosto comune in italiano, che fino ad allora non aveva mai particolarmente attratto la mia attenzione: “per forza di cose”.

    Sono rimasto senza fiato, senza parole, come di fronte ad una rivelazione; è stato come riconoscermi, vedermi in uno specchio del quale non immaginavo l’esistenza, che non sapevo fosse in quel luogo.

    Per forza di cose.

    Già da molto tempo ho in mente di dare chiarezza e ordine alle idee, intuizioni, decisioni, passioni, necessità (amo profondamente questa parola) che definiscono il mio modo di fare musica e fare teatro; e fin dai primi momenti della composizione di “- qui non c’è perché -” mi è sembrato chiaro che quel lavoro era per me l’occasione di compiere questo percorso; anche con l’aiuto di Giorgio van Straten, che ha avuto la pazienza e la lucidità di accompagnarmi in quel viaggio lungo e intenso.

    Ma non si tratta solo di ciò che riguarda me personalmente, le mie idee, la mia estetica. Sono convinto che già da alcuni anni molti artisti, nelle discipline più svariate, il più delle volte ciascuno per conto proprio, si stanno muovendo in direzioni nuove, ancora non del tutto chiare, condividendo a volte inconsapevolmente intuizioni, osservazioni, analisi, che poco per volta si stanno cristallizzando in un linguaggio nuovo, affascinante e appassionante, permettendo di fare i primi passi di un viaggio che è solo all’inizio.

    Questa sezione del sito di “- qui non c’è perché -”, che si inaugura oggi, è dedicata dunque ad una serie variegata e solo apparentemente disordinata di riflessioni, annotazioni, conversazioni testuali e audiovisive con amici e colleghi, con l’obiettivo di tracciare percorsi, lasciare segni, che possano servire a orientarsi in questo cammino.

    Conversazioni per un altro teatro.

    Comincio allora mettendo in chiaro un punto fondamentale: il “teatro” a cui mi riferisco non è un genere di spettacolo, più o meno codificato e più o meno rispettoso di una particolare modalità, una liturgia di percezione e comunicazione; né tanto meno è un tipo di edificio o una struttura di produzione spettacolare.

    Il “teatro” di cui parlo è un’azione:

    θεάομαι – theaomai
    1) vedere, guardare, guardare con attenzione, contemplare (spesso usato di spettacoli pubblici)
    1a) di persone importanti che sono guardate con ammirazione
    2) vedere, prendere una vista di
    2a) nel senso di visitare, incontrare una persona
    3) imparare guardando, vedere con gli occhi, percepire

    Ma forse non è così necessario trovare nomi, almeno non ora; probabilmente è più importante definire le caratteristiche di quello che stiamo facendo e anche di quello che non stiamo facendo, o che non abbiamo intenzione di fare, per capire meglio dove stiamo andando e poterlo spiegare meglio a chi sia interessato. Forse sarà qualcun altro a trovare le parole giuste, dopo che l’essere vivente che stiamo nutrendo si sarà mostrato con sufficiente chiarezza. E poi, dopo tutto,

    …sembra che tu non veda che le parole sono etichette si appiccicano alle cose, non sono le cose, tu non saprai mai come sono le cose, e neppure quali sono i loro nomi nella realtà, perché i nomi che tu hai dato loro non sono altro che questo, i nomi che tu gli hai dato,…

    José Saramago, Le intermittenze della morte

    e anche

    Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, di domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo, e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.

    Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

     

    un frammento da “un Temps vécu, ou qui pourrait l’être” (2007-2008) di Andrea Molino

    per forza di cose play

    a fragment from “un Temps vécu, ou qui pourrait l’être” (2007-2008) by Andrea Molino

    A matter of things – conversations for a different theatre

    by Andrea Molino

    A few months ago, in one of the most intense moments during the composition of “- there is no why here -” I, almost accidentally stumbled in a common Italian saying that, until then, had never caught my attention: per forza di cose.

    I was breathless, speechless, as if witnessing a revelation; it was as if I recognised myself, in a mirror I did not know existed, never knew it was there.

    Per forza di cose.

    Literally, it could be translated as “by force of things”, meaning something like “out of necessity”. But the literal translation is not a current saying in English, and the actual translation would not include the word “things”, which I am fond of. So here is my choice for the English title of this blog: “a matter of things” – which is by the way the title of a fascinating essay by the Spanish architect Manuel de Solà-Morales.

    I always had it in mind to give clarity and order to ideas, intuitions, decisions, passions, necessities (a word I deeply love) that define my way of composing for the theatre; since my first efforts in the composition of “- there is no why here -” it was clear to me that I had the chance to follow this path; also with the help of Giorgio van Straten, whose patience and clarity of mind helped me walk through that long and intense journey.

    But this is not only about me personally, my ideas, my aesthetical views. I am convinced that, since many years now, many artists, in many disciplines, mostly isolated, are moving in new directions, that are not yet clear, unconsciously sharing intuitions, observations, analyses, that are beginning the crystallise, little by little, in a new fascinating language: the first steps of a new journey.

    The section of the “- there is no why here -” website that we launch today is dedicated to a rich, and apparently disorganised, series of reflections, notes, textual and audiovisual conversations with friends and colleagues, with the purpose of charting a course, leaving signs that can guide us on this path.

    Conversations for a different theatre.

    I will then begin by making it clear that the “theatre” I refer to is not a codified genre, with its specific modes of operation, its liturgy of perception and communication; nor is it a specific building or structure for production.

    The “theatre” I refer to is an action:

    θεάομαι – theaomai

    1) to see, to look, to watch, to contemplate (often used in public shows)
                    1a) of important people, watched in admiration
    2) to see, to have a look at
                   2a) in the sense of visiting, meeting somebody
    3) to learn by looking, to see with the eyes, to perceive

    Maybe it is not indispensable to find names, at least for the moment; it is probably more important to define the characteristics of what we are doing and of what we are not doing, or that we do not want to do, the better to understand where we are going, and to be able to explain it to those who are interested. Maybe someone else will find the right words, once the living organism we are developing shows itself more clearly. And after all

    …it seems you don’t see that the words are like labels, they stick to things, they are not the things, you will never know how things are, nor their names in reality, because the names you have given them are only this, the names you have given…

    José Saramago, Death at Intervals

    and also

    No name. No memory today of yesterday’s name; of today’s name, tomorrow. If the name is the thing; if a name in us is the concept of every thing placed outside of us; and without a name you don’t have the concept, and the thing remains in us as if blind, indistinct and undefined: well then, let each carve this name that I bore among men, a funeral epigraph, on the brow of that image in which I appeared to him, and then leave it in peace, and let there be no more talk about it. It is fitting for the dead. For those who have concluded. I am alive and I do not conclude. Life does not conclude. And life knows nothing of names.

    Luigi Pirandello, One, No One and One Hundred Thousand

    7 commenti

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    7 Commenti

    • Alberto Cantoni
      8 Novembre 2014 - 09:10

      Un nuovo teatro significa anche un nuovo modo di fare teatro e di rappresentarlo. Appunto scene e costumi. È molto affascinante verificare come opere scritte nel lontano passato possano di fatto essere messe in scena in ambienti a noi familiari e con modi del tutto attuali, ma una domanda sorge spontanea: come si relaziona la lingua (italiana o di altra radice latina, germanica e anglosassone non importa) che può essere decisamente arcaica con il portamento moderno? In linea di principio, la lingua trasmette un significato e tale significato può essere universale e fuori quindi dal tempo e dallo spazio ristretto del momento di composizione – come la musica stessa – ma la lingua ha un significato anche culturale ed è quindi legata al tempo e ai suoi costumi. Mi rendo conto che tale domanda è stata più volte fatta ed ha ricevuto risposte spesso convincenti, ma la domanda permane sempre viva quando parole a noi non più familiari si sovrappongono a comportamenti di cui siamo noi stessi attori. Credo che la soluzione più attuale possa essere quella di creare una scena reale – surreale tale da rispettare la cultuta del tempo e la libertá dal tempo. Alla fine dei conti è necessaria una regia creativa, una regia che dia nuovo teatro e non solo una trasposizione di un tempo in un altro tempo con tutti i suoi vincoli di modo e di comportamento. Una regia che sia opera d’arte come la musica e con questa possa vivere oltre il tempo di rappresentazione; il teatro diviene arte totale e non musica, parole, scene, costumi, luci e via dicendo pur in una coordinazione di successo. Molto si è visto, ma ci aspettiamo ancora di più.

      • amolino
        9 Novembre 2014 - 08:26

        La questione è molto interessante sotto diversi aspetti. Non darò una risposta, ma voglio riportare alcune esperienze personali. Pochi mesi fa ho diretto a Sydney una vivacissima versione de “Il Turco in Italia” di Rossini, in italiano e nel rigoroso rispetto del libretto originale; ma il regista, Simon Phillips, aveva curato personalmente una traduzione inglese, visibile al pubblico attraverso i comuni sopratitoli, molto spigliata e piena di locuzioni nel tipico “slang” australiano, sottolineando molto l’aspetto erotico della storia senza modificarla in alcun modo. L’idea ha avuto un grande successo tra il pubblico, che si è divertito enormemente seguendo peraltro passo passo la drammaturgia dell’opera originale. Un esempio ancora più estremo è la “Partenope” di Haendel data al Covent Graden nel 2008 per la regia di Christopher Alden, che fortunatamente ha del tutto rinunciato a prendere sul serio il libretto e ha servito una fulminante e divertentissima trasposizione nella Parigi anni ’20 tra Man Ray e André Breton, con la traduzione inglese – anche qui visibile atraverso i sopratitoli – che arrivava fino ad un “Fuck!” accolto dal pubblico con grande ilarità. La questione è naturalmente anche capire bene quali opere consentono un’operazione di questo genere; certo è che il linguaggio di molte opere, tuttora di grande repertorio, spesso rischia di accentuare la sensazione di distanza emotiva e comunicativa rispetto alla narrazione.

        In questo senso trovo anche interessante l’osservazione di Giorgio van Straten durante la conversazione già pubblicata in questo blog, che considera l’astrazione piuttosto che la distorsione un mezzo adatto a rendere una drammaturgia antiquata più recepibile da un pubblico moderno.

        C’è anche la questione delle messe in scena in lingue diverse rispetto a quella originale; ricordo per esempio la sensazione straniante nel dirigere Don Pasquale e Il Barbiere di Siviglia in tedesco, nei primi anni della mia esperienza direttoriale in Germania. Spesso – non sempre, e per lo più non nei teatri maggiori – le opere “comiche” (compreso il Falstaff!) vengono date ancora oggi nelle lingue locali, nel desiderio, tutt’altro che peregrino, di consentire al pubblico un contatto più diretto con l’opera. Nel passato si erano visti esempi oggi improponibili come Wagner dato in italiano in Italia o Traviata e Otello in tedesco in Germania; io stesso ho visto anni fa una versione inglese de “Die Fledermaus” alla English National Opera a Londra che spero non venga più utilizzata, e una sempre inglese del “Flauto Magico” che purtroppo sta ancora circolando, anche se il più delle volte per un pubblico di bambini. Tutto sommato credo sia quasi sempre necessario mantenere la lingua originale, perché il contenuto linguistico nell’opera (e secondo me anche nel cinema e nel teatro) non è scindibile dal contenuto acustico e musicale della pronuncia; anche pensando agli esempi descritti sopra, penso che la sopratitolatura sia un mezzo adeguato, come la sottotitolatura rispetto al doppiaggio nel cinema. Poi c’è il caso della sopratitolatura nella stessa lingua dell’opera, perché il canto lirico tradizionale spesso, soprattutto nelle voci femminili, è difficilmente comprensibile; ma questo è ancora un altro problema…

        • Alberto Cantoni
          9 Novembre 2014 - 09:08

          Molto vero quello che dici, perchè il mirabile Così fan Tutte non è di Mozart, ma di Mozart – da Ponte. Io credo che si debba fare molto di più anche nel senso ideologico della rappresentazione, come ricorda la tua nota sulle parole di Giorgio van Straten. Invece di andare sull’astrazione si dovrebbe andare sulla metafisica della figura e la dimostrazione si può vedere nelle opere storiche di Giorgio de Chirico e Carlo Carrá che da quasi cento anni rimangono nuove, visibili, comprensibili all’occhio e sempre nuove. Uno spazio-tempo che stia fuori dal reale e sia presente nel reale quotidiano. Questa per me è l’arte del nuovo teatro e non è così impossibile se si pensa alla infinita capacitá della mente e del cuore umano di sognare il reale. Infatti a Bologna nel tuo Qui non c’è perchè …….. non sei andato molto lontano dalla metafisica della rappresentazione.

    • Giovanni Perale
      13 Ottobre 2014 - 13:34

      A proposito di “cose” mi sembra interessante aggiungere alle parole di Saramago e Pirandello quelle poetiche di Rainer Maria Rilke.

      …Forse noi siamo qui per dire: casa
      ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
      al più: colonna, torre… Ma per dire, comprendilo bene,
      oh, per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, nell’intimo,
      mai intendevano d’essere. Non è forse l’astuzia segreta
      di questa terra che sa tacere, quand’essa sollecita gli amanti così
      che ogni cosa, ogni cosa s’esalta nel loro sentire?
      Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
      logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta,
      anche loro, dopo dei tanti di prima,
      e prima di quelli di dopo… leggermente.

      Rainer Maria Rilke
      Nona elegia (da Elegie duinesi)

      • amolino
        22 Ottobre 2014 - 13:17

        Splendido. Ecco l’originale di Rilke:

        […] Sind wir vielleicht hier, um zu sagen: Haus,
        Brücke, Brunnen, Tor, Krug, Obstbaum, Fenster, –
        höchstens: Säule, Turm . . . aber zu sagen, verstehs,
        oh zu sagen so, wie selber die Dinge niemals
        innig meinten zu sein. Ist nicht die heimliche List
        dieser verschwiegenen Erde, wenn sie die Liebenden drängt,
        daß sich in ihrem Gefühl jedes und jedes entzückt?
        Schwelle: was ists für zwei
        Liebende, daß sie die eigne ältere Schwelle der Tür
        ein wenig verbrauchen, auch sie, nach den vielen vorher
        und vor den Künftigen . . . ., leicht.

        Le Elegie Duinesi di Rilke sono state tra l’altro utilizzate da Luigi Nono in “Das atmende Klarsein”

    • Alberto Cantoni
      13 Ottobre 2014 - 09:18

      La prima riflessione sul “teatro” mi è sorta quando da raggazzo ho visto e letto i miracoli tragici di Eschilo. Dalle ragioni delle sue opere è nata tutta la filosofia occidentale – come giustamente afferma Severino – proprio perchè quei momenti di rappresentazione erano vita reale e ricerca del vero come nessumo mai avrebbe superato. Il secondo spunto sul teatro mi è venuto da “As you like it”di Shakespeare, dove nel suo illuminato monologo Jaques afferma … All the world’s a stage and all the men and women merely players … Che significa questo? Significa che tutti siamo su di un palcoscenico (il mondo) e che tutti abbiamo una parte da recitare (la vita) alla quale non possiamo sottrarci. Essere vivi significa essere attivi e ogni azione è parte di un tutto che necessariamente interferisce con altri e quindi è un fatto pubblico. Da queste considerazioni, passare ad una riflessione sul teatro dei nostri giorni mi sembra del tutto naturale – necessario – perchè nessuno mai dal secondo ‘900 in poi potrà escludere che ciò che un tempo si chiamava teatro – ossia rappresentazione di attori in pubblico – si è trasformato in dialogo fra le parti ove attori e pubblico si scambiano il ruolo e di frequente. Tu parli e io ascolto, io parlo e tu ascolti: tutti per agire nella vita reale e non nella finzione di un fatto momentaneo e limitato nel tempo. Chi chiude gli occhi sui fatti reali rischia veramente di cadere dal palcoscenico e di farsi molto male e molto in tutti i sensi. Se poi si vuole parlare di teatro come di rappresentazione artistica, tutto vero perchè arte e vita sono inscindibili.

    • Federico Barbarossa
      6 Ottobre 2014 - 09:39

      Il sito è molto interessante sia nel contenuto che nella forma e i suoi obiettivi sono condivisibili.
      In questo numero “- qui non c’è perché -” fa la parte del leone (giustamente si dice che è un’occasione). E’ auspicabile (presumo sia previsto) che in futuro si dia spazio a molti altri argomenti. Il sito potrebbe diventare un punto di riferimento culturale. Un problema sarà dare un senso all’insieme.
      Ogni linguaggio nuovo, affascinante e appassionante, implica riflessione personale, espressione, condivisione e forse anche progettualità. L’obiettivo di tracciare percorsi e lasciare segni è ambizioso. Auguri!
      La definizione di teatro che viene data è piuttosto rigida.
      Nell’azione teatrale (che è dialogo) è indispensabile considerare sia chi propone (autori, attori, registi) che chi riceve (spettatori): in entrambi i casi dovrebbe esserci partecipazione attiva dei protagonisti (su questo aspetto sarebbe interessante discutere).
      In senso lato vedere, guardare e percepire sono momenti (psicologicamente ed emotivamente diversi) di un unico processo: non sono sinonimi, non sono intercambiabili e non possono essere confusi tra loro.
      Il “teatro” però non è tutto. Potrebbe essere interessante considerare per il sito anche altri aspetti culturali.
      I nomi sono strumenti di identificazione delle cose, ma anche condizioni per il dialogo. “Vivere” una cosa non implica necessariamente darle un nome, ma il nome è utile per capirsi e per parlarne.
      Le citazioni di Saramago e Pirandello sono molto interessanti, anche se non è del tutto chiaro che cosa siano le cose a cui si riferiscono.
      Più che di cose sarebbe preferibile considerare distintamente gli oggetti reali, le persone e gli eventi (che hanno caratteristiche sostanzialmente diverse).

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