• per forza di cose - a matter of things

    Realtà, realismo e finzione

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    Conversazione con Giorgio van Straten

    Lingua: Italiano

    Tutto è manipolazione. Anche quando vedo il filmato dei terroristi che tagliano la gola al giornalista americano io sto assistendo ad una manipolazione, perché stanno facendo un montaggio, perché stanno scegliendo un’inquadratura piuttosto che un’altra. Quindi non c’é mai la possibilità di riprodurre la realtà esattamente com’è, perché avrò sempre un punto di osservazione, una scelta di regia, eccetera.

    Avendo io questo bisogno di realismo, di credibilità, nel momento in cui io mi trovo ad agire in un contesto che è per definizione non realistico – il palcoscenico – allora in qualche modo se io voglio che quello che succede sul palco sia credibile devo seguire una strada diversa, che è secondo me una strada molto più astratta di quella della letteratura. Funziona in quanto è astratta. È lo stesso motivo per cui a me non piacciono di solito nelle opere liriche le regie “attualizzanti”, quelle in cui, che so, la Traviata si fa di eroina, mentre mi convincono le regie che rendono più astratta quella storia, e quindi per renderla più astratta, più assoluta, parlano anche a me.

    La letteratura è uno strumento molto diverso da uno spettacolo dal vivo, perché la mediazione tra te e il lettore è molto più forte, perché il lettore si distanzia in senso fisico e in senso temporale da te che scrivi. Nello spettacolo dal vivo invece tutto si svolge quella sera lì, in quel posto, con quelle persone fisiche, e quindi in qualche modo a me piace la ricerca di una realtà che riguardi quelle persone non solo come interpreti ma anche come persone.

    Giorgio van Straten è un conosciuto scrittore italiano (Il mio nome a memoria, 2008; La verità non serve a niente, 2008; Storia d’amore in tempo di guerra, 2014) ed ha collaborato a diversi progetti di teatro musicale, tra l’altro con Giorgio Battistelli. Ho collaborato con lui per la prima volta a L’Aquila, su invito di Guido Barbieri, con Open, Air per il Festival “I Cantieri dell’Immaginario”; è librettista di – qui non c’è perché -.

    Una nota a margine: le registrazioni video delle conversazioni in questo blog sono volutamente effettuate con mezzi non professionali. Conversazione via Skype con un laptop di media capacità, registrazione a 10 fps con un semplice software normalmente reperibile in rete. Il motivo va molto al di là della semplicità logistica: mi interessa invece il valore linguistico della qualità tecnica di un audiovisivo. Penso per esempio alle immagini a bassissima qualità che i giornalisti mandavano dall’Iraq in diretta allo scoppio della guerra con i primi videofonini; o anche al significato estetico di un film in bianco e nero, sia storico che moderno (a volte con brevi ma fulminanti contraddizioni, come i pesci in “Rumble Fish” di Scorsese o il vestito rosa della bimba in “Schindler’s List” di Spielberg); in questo l’esempio più spettacolare è sicuramente “Zelig” di Woody Allen. Ne parlerò in futuro. E’ anche un piccolo omaggio al leggendario e meraviglioso “fuori sinc” di Enrico Ghezzi su RAI3… 

    Van-Straten-play

    Reality, realism and fiction

    In conversation with Giorgio van Straten

    (language: Italian)

    Everything is manipulation. Even when I watch the video of terrorists beheading an American journalist I am witnessing a manipulation, because the video is being cut by selecting a certain framing instead of another. It is therefore impossible to represent reality exactly as it is, there will always be a point of view, the choice of the director, etc.

    If I seek realism, or credibility, while operating in a context that is not realistic by definition – the stage – I therefore have to follow a different path, much more abstract than in literature. It works, because it is abstract. This is why, in opera, I don’t like a “modernising” mis-en-scène (such as when, for example, Traviata sniffs cocaine), while I value those productions that make the story more abstract, and by doing so make it more absolute, and speak to me more directly.

    Literature is a very different means from live theatrical shows, because in literature the mediation between the author and the reader is very strong, the reader being distant both in space and in time from the writer. In live theatre everything happens on that night, in that place, with those people, and in some way I like to investigate the reality of those people, not only as performers, but as individuals.

     

    Giorgio van Straten is a well-known Italian writer (Il mio nome a memoria, 2000; La verità non serve a niente, 2008; Storia d’amore in tempo di guerra 2014) and collaborated in various musical theatre works, with GiorgioBattistelli among others. I first worked with him in in Open, Air (in L’Aquila, invited to Guido Barbieri’s Festival “I cantieri dell’immaginario”); he is the librettist of – there is no why here – .

    A marginal note: the videos of conversations in this blog are deliberately of non professional quality. A Skype conversation on an average laptop, recording at 10fps with a simple software. The reasons for this go beyond the easy logistics: I am interested in the linguistic value of the technical quality of a video. I think about the extremely low-quality videos that journalists used to send live from Iraq with the earliest smartphones; or about the aesthetical meaning of a black-and-white movie, both historical and modern (sometimes with short but piercing contradictions: the fish in Scorsese’s Rumble Fish or the pink dress in Spielberg’s Schindler’s List); the most spectacular example of this is Woody Allen’s Zelig. I will return to this in the future. It can also be considered a small hommage to the legendary and wonderful off-sync of Enrico Ghezzi on RAI3…

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