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  • 02-02-2015

    Voglio le cose

    Bandiera EN

    English version

     
    di Andrea Molino
     

    Non voglio simboli, voglio le cose stesse.

    Anton Webern

     
    Simboli e metafore sono un elemento costitutivo della nostra percezione ed elaborazione della realtà. Attraverso di essi, e attraverso un processo di narrazione che si nutre di essi, cerchiamo di avvicinarci a ciò che è sconosciuto attraverso un trasferimento di significato e di esperienza da ciò che è conosciuto, creando relazioni tra oggetti e situazioni e rendendo inoltre possibile una visione organica della realtà.

    Sono anche una caratteristica meravigliosamente e profondamente umana del modo che abbiamo di rapportarci con la realtà. Il linguaggio stesso è lo strumento attraverso il quale noi creiamo appunto relazioni tra elementi della realtà e la nostra percezione di essi, assegnando loro dei nomi, che apparentemente ne raccolgono l’essenza. Però, come ho già citato qualche mese fa,
     

    … as palavras são rótulos que se pegam às cousas, não são as cousas, nunca saberás como são as cousas, nem sequer que nomes são na realidade os seus, porque os nomes que lhes deste não são mais do que isso, os nomes que lhes deste,…

    …le parole sono etichette che attacchiamo alle cose, non sono le cose, non saprai mai come sono le cose, né quali siano i loro nomi nella realtà, perché i nomi che hai dato loro non sono che questo, i nomi che hai loro dato,…

    José Saramago, As Intermitências da Morte (Le intermittenze della morte)

     
    Credo che le parole definiscano non la realtà ma la relazione che noi abbiamo con essa; forse, in fondo, raccontano più di noi che degli oggetti che dovrebbero descrivere. Per quanto mi riguarda, d’altra parte, questa constatazione è entusiasmante: poter finalmente rinunciare a possedere le cose e potermi invece dedicare a creare una relazione con esse (dove io stesso sono parte della realtà come lo è l’oggetto al quale mi riferisco) è l’essenza stessa del mio modo di stare al mondo.

    Eppure anch’io, come Webern, non voglio simboli, ma le cose stesse.

    La psicologa statunitense Karen G. Way, nel saggio How Metaphers Shape the Concept and Treatment of Dissociation, osserva come le metafore siano particolarmente utili in psicoterapia, particolarmente nel trattamento di traumi, perché consentono di „affrontare tematiche troppo grandi o estranee per il linguaggio, indicando realtà al di fuori del contesto culturale della normalità. Per vittime di traumi, in particolare i traumi interpersonali che più spesso causano sintomi dissociativi, le metafore possono esprimere l’indicibile, possono colmare vuoti nella memoria, o permettere l’espressione dove il linguaggio è stato direttamente o indirettamente escluso.“

    Forse, allora, le metafore, i simboli, le finzioni hanno a che fare anche con la paura? Forse sono un modo di proteggerci da ciò che è sconosciuto, e quindi inquietante, attraverso ciò che invece è conosciuto e rassicurante? Eppure, anche se possono essere utili a compensare il divario tra la realtà e la nostra comprensione, non riescono mai ad annullarlo, anche se a volte sembrano crearne l’illusione.

    Infine ci sono situazioni in cui simboli e metafore, e il linguaggio stesso, cessano di essere utili, perché non esiste nessun elemento già conosciuto in grado di rendere giustizia allo sconosciuto che si vuole comprendere. Per quanto mi riguarda, si tratta proprio di quelle situazioni che, in ultima istanza, definiscono l’essenza stessa della condizione umana; e sono proprio quelle che, per mia intima necessità, sono al centro della mia attenzione, come essere umano in primo luogo e, di conseguenza, come musicista e uomo di teatro.

     
    Sarebbe completamente insensato cercare di descrivere qui il dolore che mi é stato inflitto. Era come “un ferro rovente sulla mia schiena”, e un altro era “come un cuneo di legno conficcato nella mia nuca”? Un paragone varrebbe l’altro, e alla fine ci perderemmo nel girotondo senza speranza del linguaggio figurativo. Il dolore era quello che era. Oltre a questo, non c’è altro da dire. Se qualcuno volesse comunicare il suo dolore fisico, sarebbe costretto a infliggerlo, e in questo modo diverrebbe un torturatore lui stesso.

    Jean Améry, a proposito della sua esperienza di sopravvissuto ad Auschwitz

     
    Pochi giorni prima della prima mondiale di „- qui non c’è perché -“ al Teatro Comunale di Bologna un giornalista intelligente e sensibile, Wlodek Goldkorn, mi ha chiesto come mai, volendo trattare di un tema profondamente filosofico come la definizione del bene e del male, avevo deciso di mettere in scena un’opera invece che scrivere un saggio, come normalmente ci si sarebbe aspettato. La risposta che mi è venuta spontanea in quell’occasione è che, proprio per questi temi, il linguaggio cessa di essere efficace; e la realtà del teatro – di un teatro che rinuncia a raccontare ma esiste, vive, respira – ha forse una possibilità di superare quel limite. Sono molto affezionato a quella risposta.
     

       Henri Magritte, La Trahison des Images (Ceci n’est pas une pipe)

     
    voglio-le-cose

       Henri Magritte, The treachery of Images (This is not a pipe)

     

    I want the things

    by Andrea Molino
     

    I don’t want symbols. I want the things themselves.

    Anton Webern

     

    Symbols and metaphors are constitutive elements of our perception and elaboration of reality. Through them, and through a narrative process that feeds on them, we strive to approach the unknown by transferring meaning and experience from what is already known to us, creating relations between objects and situations, thus allowing an organic view of reality.

    Symbols and metaphors are also deeply – and splendidly – human characteristics in the way we relate to reality. Language is the tool we use to create relations between the various elements of reality and our own perception of those elements, giving them names that, apparently, garner their essence. But, as I quoted a few months ago,
     

    … as palavras são rótulos que se pegam às cousas, não são as cousas, nunca saberás como são as cousas, nem sequer que nomes são na realidade os seus, porque os nomes que lhes deste não são mais do que isso, os nomes que lhes deste,…

    ..words are labels that stick on the things, they are not the things, you’ll never know how things are, neither which are their names in the reality, because the names you gave them are just this, the names you gave them,…

    José Saramago, As Intermitências da Morte (Death with interruptions)

     

    I believe words do not define reality, but the relation we have with it; they probably tell more about us than about the objects they are supposed to describe. From my point of view, this is an exciting situation: to finally be able to give up the possession of things, and devote oneself to establishing a relation to them (where I am part of reality exactly as the objects I am relating to), is the very essence of my way of existing in this world.

    And yet I too, like Webern, do not want symbols, I want the things themselves.

    The American psychologist Karen G. Way, in her essay How Metaphors Shape the Concept and Treatment of Dissociation, observes how metaphors are particularly useful in psychotherapy, especially in the treatment of traumas, because they can “gesture at topics too large or strange for speech, pointing at realities outside the culturally constructed frame of the normal. For victims of trauma, particularly the interpersonal trauma most likely to cause severe dissociative symptoms, metaphors can say the unsayable, can reach across gaps in memory, or permit expression where speech has been directly or indirectly forbidden.”

    Maybe then metaphors, symbols, fictions, have something to do with fear? Maybe they are a way to protect ourselves from what is not known, and therefore disturbing, through that which is, instead, known and reassuring? Yet even though they can help to bridge the gap between reality and our understanding, they can never remove it, although at times they do create this illusion.

    In closing, there are situations where symbols and metaphors, and language itself, cease to be useful, because there are no known elements able to do justice to the unknown that we seek to comprehend. As far as I am concerned, those are exactly the situations that, in the end, define the essence of the human condition; and those that, for my innermost necessity, are the focus of my attention, as a human being in the first place, and therefore as a musician and a man of theatre.
     

    It would be totally senseless to try and describe here the pain that was inflicted on me. Was it like “a red-hot iron in my shoulders”, and was another “like a dull wooden stake that had been driven into the back of my head”? One comparison would only stand for the other, and in the end we would be hoaxed by turn on the hopeless merry-go-round of figurative speech. The pain was what it was. Beyond that there is nothing to say. If someone wanted to impart his physical pain, he would be forced to inflict it and thereby become a torturer himself.

    Jean Améry, on his experience as an Auschwitz survivor

     

    A few days before the world première of “- there is no why here -“ in the Teatro Comunale in Bologna an intelligent and receptive journalist, Wlodek Goldkorn, asked me why, if I wanted to deal with such a philosophically charged theme as the definition of good and evil, had I decided to write an opera, instead of an essay, as would be expected. The answer that came to me in that occasion was that especially for these themes, language ceases to be effective; while the reality of theatre – a theatre that renounces telling, but it simply exists, it lives and breathes – might have the possibility to overcome this limit. I am very fond of that answer.

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