• per forza di cose - a matter of things, Qui non c'è perché

    Un party, in nessun luogo, da solo a solo

    Bandiera EN

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    conversazione con Marino Formenti

    Lingua: italiano

     

    Io soffro per il fatto che al giorno d’oggi il “sistema” della musica ci obblighi, obblighi i suoi “bambini” (e per “bambini” intendo gli esecutori ma anche gli ascoltatori) a essere costretti in dei corsetti già previsti. Per esempio la iper-professionalizzazione è una cosa che mi dà fastidio. [Per me] come pianista, le possibilità che ho nel mondo della musica, appunto in questo sistema, sono almeno apparentemente abbastanza limitate: mi danno la possibilità di salire in scena, mi danno dai settanta ai cento minuti, ci vuole una pausa in mezzo per soddisfare anche il catering, l’ultimo tram se ne va alle dieci… Da una parte abbiamo una visione dell’arte che è sublime, ancora, al giorno d’oggi, un succedaneo della religione, se vuoi, o dell’esperienza filosofica, alchemica, eccetera; dall’altra però questa religione è praticamente impacchettata in pacchetti che per durata, per aspetto e anche proprio per estetica, per quello che ci si attende dal rapporto tra musica e ascolto, [sono] assolutamente preconfezionati.

    [a proposito di”Nowhere”]… Io allora mi sono immaginato questo spazio dove io… suono. Io mi alzo alla mattina in questo… è una specie di casa di vetro, diciamo, nel mezzo di una città, e io praticamente ho solo un pianoforte, un materasso, un tavolino per mangiare, c’è una specie di carceriere che mi porta due volte al giorno il cibo, e non ho nient’altro: non ho libri non ho iPhone, non ho computer, non ho nient’altro che un pianoforte. Siccome io sono un po’ compulsivo di carattere, praticamente appena mi alzo mi faccio un caffè e mi metto al pianoforte… e l’idea è quella di allargare l’esperienza pianistica sull’intera vita. L’idea però non è di fare una maratona, di andare sul Guinness dei primati, ma è quella di… di diventare musica. La prima volta è stato per una settimana, poi sono diventate due, poi tre, poi quattro e poi alla fine, a Berlino, per le Berliner Festspiele, era un mese.

    Uno degli scopi che ho in questi progetti è quello di “sparire” il più possibile. Credo che ci siano come due vettori nel fare musica: uno è quello di proiettarla, e l’altro è quello di introiettarla. E l’introiezione, più cresco, più invecchio, e più m’interessa. 

    “One to One”, l’idea non era di fare un concerto… setting molto semplice: privato, privatissimo, niente pubblico, niente telecamere, solo io e te. Tu sei uno spettatore o una spettatrice che ha pagato un biglietto, però dal momento i cui tu sei entrato in questo spazio, dove c’è un pianoforte, cioè un salotto e nient’altro, si beve un tè insieme, e piano piano… si parla. Dura due ore, si parla, e io suono, qualche volta hanno suonato anche loro. L’idea quindi non è di un concerto “per” una persona ma veramente un’esperienza, musicale, “con” una persona. Quindi la scelta del repertorio, ma anche l’esecuzione stessa… la mia speranza, il mio scopo, era di suonare per esempio lo stesso pezzo due volte in maniera completamente diversa; […] e rendersi conto che la musica è comunicazione, che è un processo “a due”, e che questo feedback non può che fare bene. 

    [a proposito di “Party”] Questo essere irreggimentati in un sistemino è un rimasuglio, un rimasuglio dell’Ottocento, di una società autoritaria, e di un individuo che era molto meno individualista – nel bene e nel male. Allora ho pensato che sarebbe stato bello creare una situazione molto più aperta. Intanto il tempo è molto più lungo, “Party” dura circa dalle sei alle otto ore; però la buona notizia è che uno può arrivare quando vuole e può andarsene quando vuole. L’idea è che ogni singolo si ritagli il proprio personale “Party”; quindi ci sono diversi programmi, diverse sale… l’idea è lasciare che il singolo decida cosa ascoltare, quanto ascoltare; grande libertà, ma focalizzata ad una maggiore, perché più libera, concentrazione. Ripeto: non lo voglio abolire il concerto [tradizionale]. Però c’è un po’ il pericolo… quando sei seduto lì devi praticamente “obbligarti” a fare un’esperienza estetica; ed è un po’ come obbligarsi ad amare qualcosa o qualcuno, no? Mentre io nel “Party”… magari c’è un pezzo di Morton Feldman, dura quattro ore, e io dopo cinque minuti posso andarmene; e proprio per questo, paradossalmente, rimangono tutti, per quattro ore! Qualcuno si addormenta, qualcuno abbraccia la fidanzata, qualcuno abbraccia la vicina o il vicino, che non era ancora fidanzato… e qui arrivo al secondo, importantissimo aspetto: sì, è fatto per socializzare; perché il concerto è un’esperienza sociale. La musica ce la possiamo ascoltare a casa, via YouTube, eccetera eccetera: se andiamo al concerto, a vedere altre facce, almeno sfruttare questo momento mi sembra una cosa importante.   

    Marino Formenti è uno dei musicisti più curiosi e intelligenti in circolazione: non solo è un eccezionale pianista, lodato come il “Glenn Gould del XXI secolo”, ma anche direttore e performer; ha suonato nei festival più prestigiosi del mondo, presentando sempre progetti e programmi innovativi e raffinati, sorprendenti e appassionanti. Durante la nostra conversazione abbiamo parlato tra l’altro di Nowhere, progetto per il quale Marino vive e suona per giorni o settimane in “una specie di cappella pagana”, uno spazio mobile creato per lui da Kyohei Sakaguchi; di The Party, una performance di sei-otto ore dove il pubblico può arrivare e andarsene a piacere, sedersi, stare in piedi, straiarsi, camminare, chiacchierare, bere, mangiare…; di One to One, esperienza di ascolto e di interazione per un solo spettatore alla volta; di Schubert und ich, dove ha studiato ed eseguito i Lieder di Schubert con cantanti non professionisti, anzi: con non-cantanti. Mentre scrivo, Marino sta eseguendo Nowhere al Kaaitheater di Bruxelles, come sempre in diretta streaming via internet.

       Conversazione con Marino Formenti
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       Conversation with Marino Formenti

     

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    Nowhere, Graz, Steirischer Herbst 2010
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    Frammento dal trailer di Schubert und ich
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    Nowhere, Graz, Steirischer Herbst 2010
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    A fragment from “Schubert und ich” trailer

     

    A party, nowhere, one to one

    in conversation with Marino Formenti

    Language: Italian

     

    It hurts me that the music “system” nowadays forces its “children” (and by “children” I mean performers but also the audience) into predetermined “corsets”. For example, hyper-professionalisation is something that really annoys me. As a pianist, I have rather limited possibilities in the world of music, in the “system”: I can come on stage, I am given between 70 and 100 minutes, an intermission is required to satisfy the caterer, the last tram leaves at ten… On one hand we have a vision of art that is sublime – even today – some sort of religion if you will, or of philosophic, alchemic experience, etcetera; on the other hand, this religion is practically prepackaged in terms of duration, appearance, and even its aesthetics, and all you can expect from the relation between music and listening, it’s totally prepackaged.

    [concerning “Nowhere”]… I imagined this space where I…play. I get up in the morning in this… it is a sort of glass house, in the middle of a city, and basically I have a piano, a mattress, a dining table, there is this sort of warden who brings me food twice a day, and nothing else: no books, no iPhone, no computer, nothing but a piano. And basically, as I am a slightly compulsive character, as soon as I get up I make coffee and sit at the piano… the idea being to stretch the piano experience to my whole life. The idea is not that of a marathon though, or of breaking a Guinness World Record, but that of… of becoming music. The first time it happened for a week, then it became two weeks, then three, four, and in the end, in Berlin, for the Berliner Festspiele, it lasted a month.

    One of the purposes of this project was to “disappear” as much as possible. I think there are two “vectors” in making music: one is to project it, the other is to introject it. And introjection is what interests me more and more, as I grow older.

    “One to One”, the idea was not to make a concert… a basic setting: private, very private, no audience, no cameras, just you and me. You are a spectator, who paid a ticket, but since you enter this space, where there is a piano, that is a living room, nothing else, we drink tea together, and little by little… we talk. It lasts two hours: we talk, and I play, sometimes even they played. The idea is not that of a concert “for” one person, but a real musical experience, “with” a person. Therefore the choice of the program, and even the playing itself… my hope, my purpose, was for example to play the same piece twice, in a completely different way; […] and realise that music is communication, that it is a mutual process, and this feedback can only do us good.

    This being framed in a system is a legacy of the nineteenth century, of an authoritarian society, and of an individual who was much less… an individualist – for better or for worse. So I thought it would have been great to create a much more open situation. First of all the duration is much longer, “Party” lasts between six and eight hours; the good news is that you can arrive when you want, and leave when you want. The idea is for each person to have his own “Party”; and so there are various programs, various halls… the idea is to leave each person free to choose what to listen to, and for how long; great freedom, but focused for a deeper, being freer, concentration. I repeat: I do not wish to abolish the traditional concert. It’s just that there is a danger there… when you’re sitting there, you practically “force” yourself to an aesthetic experience; and this is like forcing oneself to love something, or someone, isn’t it? While in my “Party”… maybe there is a Morton Feldman piece, lasting four hours, but I can go away after five minutes; and maybe, for this very reason, they all remain there, for four hours! Somebody falls asleep, one hugs his girlfriend, another hugs the one next to him/her, who was not yet his/her partner… and so I get to my second, very important, point: the Party is meant for socialising; because a concert is a social experience. We can listen to music at home, on YouTube, etcetera: if we go to a concert, it seems important to me to take this chance to see other faces.

    Marino Formenti is one of the most curious and intelligent musicians around: not only is he an outstanding pianist, hailed as the “Glenn Gould of the XXI Century”, but also a conductor and performer. He played in the most prestigious festivals, always with innovative, refined, surprising and fascinating programs. During our conversation we discussed “Nowhere”, where Marino lives and plays for days and weeks in “a sort of pagan chapel”, a mobile space, created for him by Kyohei Sakaguchi; and also “The Party”, a six to eight hour performance where the audience can arrive and leave freely, sit, stand, lie down, walk, chat, drink, eat…; and “One to One”, a listening and interaction experience for one spectator at a time; then “Schubert und ich”, where he studied and performed Schubert’s Lieder with non-professional singers, or better: non-singers. While I am writing, Marino is performing “Nowhere” at the Kaaitheater in Brussels, as always streaming live on the internet.

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