• per forza di cose - a matter of things

    Voci e grida, respiri e sospiri – per una vocalità della natura umana

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    Conversazione con Stefano Luigi Mangia

    Lingua: italiano

    Io penso che per anni la vocalità sia stata un po’ ingabbiata, ingabbiata in archetipi stilistici, che conosciamo bene, mentre negli ultimi anni, intendo dire quasi un secolo, si è iniziata a liberare. In realtà, io penso che sia un vero e proprio recupero, un recupero degli elementi vocalici primordiali; quindi un discorso quasi filogenetico che si intreccia con uno ontogenetico.

    Alcuni suoni vocalici fanno parte della natura umana, come diceva la Berberian ne "La nuova vocalità"; e le espressioni del volto, il sorriso, sono tutti elementi micro-mimici che possono diventare oggetto di sperimentazione; e quindi vanno recuperati. Per un bambino è nomale fare [emette dei vocalismi che ricordano la voce infantile] perché per lui è un modo per sperimentare l’ambiente acustico che ha attorno; magari metterlo in una composizione diventa interessante perché può essere approfondito; diversamente rimane solo un effetto vocale. E [che] la distinzione tra un effetto vocale e un’esigenza comunicativa, come il bambino che piange, che urla, che grida, possa diventare invece oggetto di studio, si possa mettere una lente sopra questi suoni, sopra il pianto, è interessante. Come ha fatto Berio con "A-Ronne", nella quale composizione ci sono suoni, urla, diventano importanti per questo, sospiri [emette dei suoni sussurrati]…

    Io penso che la vocalità abbia dei suoni veramente infiniti; alcuni sono collegati con le caratteristiche fisioanatomiche dell’individuo, quindi sono specifiche di quel cantante, di quella persona, e sono importanti proprio perché rappresentano un unicum.

    Con l’introduzione della tecnologia, in quel caso dei primi microfoni, questo ha permesso di lavorare, di sperimentare attraverso il mezzo; per cui piccoli suoni come questi [emette una sequenza di veloci e delicatissimi suoni vocali] non potevano essere oggetto artistico. Mi viene in mente una dichiarazione di Carmelo Bene che faceva proprio questa riflessione, che il microfono era importantissimo perché era un oggetto d’arte oltre che un oggetto culturale. Tra l’altro è anche difficile usarlo, usarlo bene; ecco perché alcuni cantanti lirici hanno difficoltà, sono spaventati, perché non sono abituati ad utilizzare tutte le sfumature. È come un pennello; bisogna saperlo usare. [si allontana dal microfono] Se io parlo qua devo ovviamente aumentare la voce; [si avvicina a pochissima distanza dal microfono] se parlo qui devo ovviamente lavorare su altre sfumature vocali [parla a voce appena sussurrata] che potrebbero essere anche piccolissime, così.

    Mi piace molto l’idea di sperimentare il respiro, il respiro vocale; metterlo però in poliritmia, in polifonia. Mi sono accorto, da un periodo di studio, che il respiro ha tantissimi colori che però bisogna approfondire. Può essere un respiro [accompagna la descrizione con esempi vocali] più affannato, oppure può essere un respiro più lento; può essere un respiro con la bocca, con il naso; questo cambia anche il suono. Però bisogna mettrci la lente sopra…

    Stefano Luigi Mangia è un giovane vocalista, improvvisatore e compositore pugliese i cui interessi spaziano dal jazz, alla musica contemporanea, alle improvvisazioni radicali. Tra le sue attività più recenti la partecipazione all’opera Katër i Radës. Il naufragio del compositore albanese Admir Skhurtaj alle Corderie dell’Arsenale di Venezia per la Biennale 2014, il lavoro di sperimentazione e ricerca con il LAByrinthus Choir, da lui fondato, e due progetti da poco usciti in CD: cagExperience, dedicato a John Cage, e Glad To Be Unhappy.

    Stefano e alcuni membri del LAByrinthus Choir hanno partecipato al "We Are Here Chorus", il coro "virtuale" protagonista dell’ultima scena di "- qui non c’è perchè -", inviando una serie di video con frammenti e improvvisazioni vocali nel corso di un’interazione a distanza durata diversi mesi.

    Conversazione con Stefano Luigi Mangia
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    Conversation with Stefano Luigi Mangia
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    "Aria" da Katër i Radës. Il naufragio di Admir Skhurtaj, Venezia, Biennale 2014
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    "Air" from Katër i Radës. The Shipwreck by Admir Skhurtaj, Venice, Biennale 2014
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    Voices and screams, breaths and sighs – for a vocality of human nature

    In conversation with Stefano Luigi Mangia

    Language: Italian

    I think that vocality has been boxed in for years in a cage of stylistic archetypes that we know very well, while in the more recent years, and by that I mean almost a century, it has begun to free itself. I actually view it as recovering primordial vocal elements; almost as in a phylogenetic process crossed with an ontogenetic one.

    Some vocal sounds are part of human nature, as Berberian said in “The new vocality”; and face expressions, our smile, are all micro-gestures that can be experimented upon, and need to be recovered. It is normal for a child to go like [makes childlike vocal sounds] because that is his/her way of exploring the acoustic environment; it can even become interesting to use it in a composition, if we delve deeper; otherwise it remains merely a vocal effect. The distinction between a vocal effect and an expressive necessity, as when a child is crying and screaming, can become the object of our study, as if under a magnifying lens. This is what Berio did in A-Ronne, where you can find sounds and screams, whispers [makes whispering sounds]…

    I think human vocality can have an infinite array of sounds; some are tied to the physio-anatomical features of an individual, and therefore belong to one specific singer, as a person, and these are important especially because they represent an unicum.

    The introduction of technology – in that case, the first microphones – allowed work and experimentation with the new medium; because earlier on tiny sounds such as these [makes a sequence of fast and delicate vocal sounds] could not be the object of art. Let me quote from Carmelo Bene who dealt precisely with this issue, that the microphone was of the utmost importance, because it was an object of art, besides being a cultural object. It is a difficult instrument, one has to know how to use it well; this is why some opera singers have trouble using it, they are afraid of it, because they are not used to all the nuances that it allows. It is like a brush: one has to know how to use it. [getting farther from the microphone] If I talk from here, I obviously have to raise my voice; [getting closer] if I talk from here of course I have to work on different vocal nuances [in a whispering voice] that could get tinier and tinier, like this.

    I like the idea of experimenting with breath very much, vocal breath; but inserting it in a polyrhythm, a polyphony. I realised, after a period of study, that breathing can have many different colours that I need to get deeper into. The breath can be panting [makes vocal examples], or a slower breath; it can be with the mouth, with the nose; this changes its sound. But you need to have a lens on it…

    Stefano Luigi Mangia, is a young vocalist, improviser and composer from Apulia, whose interests span from jazz to contemporary music, to radical improvisation. Among his recent projects, the opera Katër i Radës. The Shipwreck by Albanian composer Admir Skhurtaj at the Corderie dell’Arsenale in Venice for the Biennale 2014, the experimental research work with the LAByrinthus Choir, that he founded, and two recently published CDs: cagExperience, dedicated to John Cage, and Glad To Be Unhappy.

    Stefano and other members of the LAByrinthus Choir participated to the “We Are Here Chorus”, the virtual choir appearing in the last scene of “- there is no why here -“, sending a series of videos with fragments and vocal improvisations during a “remote” interaction lasting several months.

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